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Crescere meglio alimentando l'autostima nei nostri bambini

Fin dalla nascita del primo figlio, i genitori si aspettano di essere valutati e giudicati dal mondo esterno come “bravi” o “cattivi” genitori. Ecco che lo sviluppo e le capacità del figlio riveleranno presto se essi hanno eseguito correttamente la “lista dei compiti” e le competenze del bambino diventano la garanzia delle competenze dei genitori. 

 Il successo o l’insuccesso di un figlio quindi,
 rappresenta una vittoria o un fallimento per i genitori.
 

Uno degli ambiti principali di questo giudizio, è proprio il successo scolastico. Tuttavia, se la corrispondenza tra i termini “bocciatura e insuccesso” mette tutti i genitori abbastanza d’accordo, quella tra “promozione e successo” non sempre. 
Non è infrequente fra i genitori una reazione di insoddisfazione di fronte a una promozione. Ma allora chi e cosa condiziona il risultato? 

Le motivazioni possono essere molteplici, ma in generale possiamo parlare di “focus” dei genitori orientato sul sistema e il valore delle aspettative anziché sulla capacità dei loro figli di far fronte alle frustrazioni legate agli insuccessi. Questo accade perché quando si parla di aspettative, si fa riferimento alle aspettative verso se stessi, verso gli altri e quelle che gli altri hanno verso di noi. Queste ultime sembrano essere quelle maggiormente in grado di condizionare la nostra vita in maniera trasversale. 

Si verifica una sorta di fenomeno a cascata: i bambini sentono il peso delle aspettative da parte dei genitori, i quali sono soggetti alle aspettative di un sistema sociale nel quale prevale il mito dell’efficienza e della perfezione e in cui il valore dell’individuo è dato dalla capacità progettuale e dai risultati concreti che è in grado di esibire.

Ma, difronte all’insuccesso del figlio, il rischio potrebbe essere che il genitore si chieda più dove ha sbagliato lui piuttosto che soffermarsi sull’emozione che il figlio prova per ciò che non è riuscito a realizzare o, addirittura intervenga in maniera diretta per ridurre al minimo le frustrazioni del figlio. 

La frustrazione rappresenta, infatti, nell’immaginario collettivo, qualcosa a cui sfuggire e certo non si può dire che le sensazioni che la accompagnano siano piacevoli, ma essa è indispensabile perché li aiuta a crescere

Le frustrazioni spesso vengono espresse dal bambino attraverso il pianto, che rappresenta oggi un altro indicatore di incompetenza del genitore, potenzialmente in difficoltà proprio nella gestione di quelle lacrime. 

 

 La tendenza dei genitori moderni allora
 è quella di proteggere troppo i figli 

e, con loro, se stessi, impedendone la crescita e la possibilità di affrontare i piccoli e i grandi dolori della vita.  E’ importante che i bambini imparino fin da subito che per raggiungere un obiettivo è necessario provare, sbagliare, correggersi e impegnarsi, poiché qualunque cosa richiede sforzo, errori, tenacia e anche un notevole dispendio di energie.

Così si insegnano al bambino le basi per affrontare il suo ingresso nel “mondo”, aiutandolo a rafforzare la propria autostima e a diventare più forte. Cosa possono fare quindi i genitori per aiutare il bambino difronte alla frustrazione?

La massima efficacia del genitore non viene da come parla, bensì da ciò che egli è - e fa, quindi il comportamento dei genitori di fronte alla frustrazione per i propri insuccessi rappresenta un modello da seguire per i figli.  

Ogni genitore è quindi necessariamente chiamato prima di tutto a fare i conti con le aspettative che ha nei confronti del proprio figlio: nessuno è solito dire ai propri bambini che sono incapaci, non bravi, brutti e cattivi, ma è anche evidente che, se un bambino ha delle reazioni troppo negative di fronte a un insuccesso, forse ha elaborato un messaggio di “incapacità” che qualcuno involontariamente gli ha mandato o gli manda, magari a livello subliminale.

 

 I comportamenti pratici da adottare: 

Accettare e tollerare per primi noi genitori la “non riuscita” dei nostri figli come tappa necessaria per crescere, comprese le loro crisi di rabbia o di pianto! Se noi siamo tranquilli, i figli sentono il loro senso di accoglienza e imparano che possono tollerare e accettare i propri limiti e la frustrazione sottesa quando non tutto accade come vorrebbero.

Saper cogliere elementi positivi nei nostri insuccessi personali, noi genitori per primi, in modo da stimolare anche nei figli la stessa ricerca interiore sviluppando in loro la risorsa che deriva dal superamento della frustrazione.

 

 I comportamenti da evitare: 

Non generalizzare il fallimento alla persona, in questo caso il figlio, ma circoscriverlo al singolo episodio; ad esempio se il bambino non ha fatto i compiti, non dire “sei un buono a nulla” ma affermare “hai perso troppo tempo”. Usare sempre il verbo “avere” e non il verbo “essere”, perche’ tale verbo lo identifica con se stesso nella sua interezza, impedendo al bambino di scorgere e sviluppare risorse per uscire dalla situazione in cui si trova.

Non sostituirsi al figlio nel trovare soluzioni alternative, ma accogliere la sua delusione sostenendo la sua capacità di trovare una nuova strategia.

 



 “Se non avessi perso qualche gara,

non sarei mai diventato vincente”  
 Francesco, 9 anni 

 

a cura della Redazione
in collaborazione con i propri esperti dell'infanzia

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