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A tu per tu con Lodo Guenzi, il "regaz" de "Lo Stato Sociale"

Bolognese DOC, Lodo Guenzi ha iniziato a cantare con i suoi amici quasi per sbaglio, ma oggi la sua Band è una istituzione anche per i più piccoli e non solo sotto le 2 torri. Dopo aver portato qualche anno fa sul palco di Sanremo la vecchia che balla con il brano "Una vita in vacanza", il gruppo è salito ai primi posti della classifica dei gusti musicali dei bambini di tutta Italia, bissando ora il successo con le contraddizioni raccontate da "Combat Pop".

Lodo che scrive, canta e suona la chitarra, il pianoforte e gioca col sintetizzatore, si alterna nel canto con Alberto “Albi” Cazzola ed è affiancato da Francesco “Checco” Draicchio, Alberto “Bebo” Guidetti ed Enrico “Carota” Roberto. 

Un tuffo nella tua infanzia. Che ricordo hai di quando eri bambino? Cosa ti piaceva fare? Che rapporto avevi con la tua famiglia e i tuoi nonni?
«Pochi ricordi, ma mi dicono che fossi una peste. Iper attivo, non volevo mai stare fermo. In più ero già abbasatanza “lodorroico” quindi i grandi erano molto divertiti da questo piccolo biondo chiaccherone.  

Sono figlio unico e penso che questo abbia inciso molto sulla mia crescita, con la famiglia sono sempre andato abbastanza d’accordo. Mi hanno supportato - e sopportato - e lasciato libero che sono le cose più importanti che potessi chiedere! Mi piaceva molto uscire, “rompevo” sempre le scatole ai miei genitori perché mi portassero a fare cose».

Che scuola superiore hai frequentato? Qual è l’immagine che ti torna in mente se pensi a quegli anni?
«Ho fatto il Galvani, liceo classico, dove sono passati nomi illustri prima di me: il Galvani è stata la Scuola di Carducci, Panzacchi, Don Marella, Arcangeli e Pasolini. Ma anche del mio illustre collega Cesare Cremonini. Il Galvani è letteralmente immerso nell’architettura della Bologna più antica e racchiude al suo interno la magnifica biblioteca Zambeccari, un vero gioiello di architettura settecentesca. Passare l’adolescenza immerso in  cotanta storia e bellezza mi ha davvero lasciato ricordi indelebili. Mi ritengo un privilegiato e di immagini ne ho tante, ma uno dei ricordi più belli è proprio legato alla biblioteca dove c’era un pianoforte e io durante l’intervallo mi divertivo a suonarlo. Diciamo che la voglia di musica e il desiderio di condividerla era già presente!»

Cosa sognavi di fare da grande?
«I miei genitori sono docenti universitari ma io ho sempre amato l’arte. Speravo di fare l’attore da grande e diciamo che lo spero ancora (ride)». 

Che rapporto hai con Bologna? Qual è il tuo luogo preferito?
«Bologna è il mio posto preferito nel mondo. Amo passeggiarci e quando sono fortunato trovo qualche amico con il motorino che mi porta in giro. Per me è l’esperienza più bella del mondo (devo ancora prendere la patente)! Da quando abbiamo fatto il concerto con la band in piazza Maggiore direi che è proprio piazza Maggiore il mio luogo preferito, ma forse solo perché mi ricorda una delle serate più incredibili della mia vita».

Il tuo amore per la musica come è nato? E la tua collaborazione con Radio Città Fujiko?
«La musica mi ha sempre appassionato perché è uno spazio di libertà dove poter raccontare cose. Fin da piccolissimo ascoltavo dei brani che non piacevano ai miei amici ma raccontavano qualcosa di importante a me. A Radio Fujiko avevo degli amici che facevano gli speaker. Oggi quelli stessi amici suonano insieme a me ne Lo Stato Sociale».

Hai sempre voluto fare il cantante? Ci racconti come è nato Lo Stato Sociale?
«Ma in realtà no! Ho studiato per diventare attore, mi sono iscritto all’Accademia. Sono diventato cantante quasi per sbaglio, o meglio per gioco.
Lo Stato Sociale è nato perché volevamo mettere noi la musica alle feste e portavamo casse e microfoni in giro per Bologna. Poi i nostri amici ci hanno detto che quello che facevamo gli piaceva e allora abbiamo cominciato a lavorare un po’ più seriamente».

I bambini adorano le vostre canzoni. Te lo aspettavi? Vuoi lanciar loro un messaggio?
«Assolutamente no, non me lo aspettavo. Ma per me è una cosa incredibile che la musica possa avvicinare persone così lontane fra loro anagraficamente.  Non saprei che messaggi lanciare loro se non quello di divertirsi e non perdere mai il senso del gioco; è la cosa più seria che ci sia!»

Chiudi gli occhi: come ti vedi fra vent’anni?
«Spero ancora con i miei a suonare in giro per l’Italia. Per quanto riguarda me, invece, spero di avere la stessa voglia di divertirmi e di fare sempre cose nuove!». 

Intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile "Genitori"

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