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Il parere di Alberto Pellai sulla scuola ritrovata...

Durante il lockdown, il medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva Alberto Pellai, in libreria con Mentre la tempesta colpiva forte (De Agostini editore), aveva scritto una filastrocca sulla mascherina. Inizia da qui, dal bellissimo verso dell’incipit, la nostra collaborazione... «Mi guardi ma non mi tocchi. E tutto passa dagli occhi. Vicini ma un po’ distanti, siamo unici ed importanti».

«Viva la scuola: rimettiamo il bambino nella condizione di essere autonomo, ma non rubiamogli la lentezza riscoperta durante il lockdown»

La scuola ha riaperto dopo 8 mesi. Come ci sono arrivati bambini e genitori? «Il passaggio è stato molto atteso. I bambini ne avevano bisogno e desiderio. Il lockdown è stato per loro un tempo lunghissimo che ha aumentato la dipendenza e la perdita di autonomia, trasformando i ritmi che avevano acquisito. È come se avessero compiuto un salto all’indietro nel percorso evolutivo. Ora, per i genitori è fondamentale presidiare il salto in avanti: rimetterli nella condizione di sentirsi capaci, autonomi ed efficaci nel fare le cose che facevano prima».


Come è stato per il bambino tornare in classe? «I bambini si sono ripresi la cornice scolastica e la dimensione della separazione a cui si sono disabituati. È difficile perché avere sempre vicine le figure di attaccamento è stato, nei casi più fortunati, piacevole. Penso sia allora indispensabile rifare il passaggio dell’inserimento: il tempo trascorso dall’ultimo giorno di scuola al primo è stato davvero lungo». 

C’è stato però, anche un recupero degli spazi. Senza le mille attività extrascolastiche, il bambino ha riscoperto i ritmi lenti e il senso della noia: una positività che dovremmo salvaguardare? «Prima dello stop, le vite di molti bambini erano sovraffollate di attività. Dovremmo imparare a preservare il rallentamento che abbiamo conquistato. Passare dal tempo “per”, un tempo occupato e performativo, al tempo “con”, un tempo per la relazione e in cui non è già stato tutto stabilito a priori dagli adulti». 


La scuola in cui i bambini sono tornati non è la stessa che hanno lasciato: ci sono nuove modalità e regole. Quale l’approccio per trasmettere la giusta serenità? «È la scuola a dare le regole. Al genitore spetta il compito di riconoscerne l’autorevolezza. Il bambino ha il diritto di tornare in classe. E gli si chiede di rispettare le regole, spiegando che potranno comportare anche fatica e frustrazione, ma che ci saranno gli insegnanti ad aiutarlo. 

Questo è il momento di affidarsi alla scuola: gli adulti devono stringere alleanze costruttive e navigare nella stessa direzione perché la sfida è complessa e piena di criticità. Il genitore deve comprendere che non è lui a decidere cosa è giusto o sbagliato. Dal canto suo, la scuola dovrà comunicare alle famiglie le proprie strategie e indicare chiaramente le alleanze da stringere».


I bambini sono stati più bravi degli adulti ad adattarsi alle regole...
«Sì, è vero. Quando i bambini vedono un contesto di regole condivise dove gli adulti sono buoni propositori e testimonial non hanno nessun problema a rispettarle. Si sentono anche più tranquilli e rassicurati rispetto alla paura, che spesso hanno, di essere i colpevoli di un contagio non voluto. 

All’esagerazione del dibattito sulle mascherine va contrapposta una grande verità: non abbiamo notizia bambini che si sono ammalati per colpa della mascherina».


Mancano gli insegnanti e gli spazi, ma fortunatamente la scuola è abituata a fare di necessità virtù. Ce la faremo?
«Negli ultimi 20 anni la scuola è stata depauperata di tutto. Se è rimasta in piedi, diventando anche luogo di eccellenza educativa, è perché a fare la differenza sono le persone. Agli insegnanti, che sono una categoria ingiustamente poco apprezzata, bisognerà chiedere di rimanere persone di valore e di fare responsabilmente il lavoro extra che, tra l’altro, hanno sempre fatto».

intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

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