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Andrea Mingardi si racconta: «la riscoperta del dialetto mi riempie di gioia»

Ha appena compiuto 80 anni, Andrea Mingardi. Si definisce un rabdomante: «Capto gli strafalcioni delle persone e li conservo come dialetto gergale da salvare. Il libro Benéssum(1999, Press Club Editore) ne è una dimostrazione. Ci risponde al telefono dallo studio di registrazione. Sta provando l'ultimo album. Ogni tanto gli scappa una parola in dialetto, proprio come quando canta.

“Bologna è come una mamma  – rivela Andrea Mingardi – bellissima e sempre capace di sorridere di se stessa”.

Andrea Mingardi voleva fare il cantante anche da bambino?
«Ho giocato 5 anni a pallone nel Bologna, mi sono dilettato un po' col biliardo ma già alla fine degli anni Cinquanta la musica aveva vinto. Ricordo ancora la prima volta che fui pagato per esibirmi. Avevo 16 anni. Suonavo la batteria nei Golden Rock Boys, il primo gruppo di rock 'n' roll italiano. Quando per un litigio il cantante ci piantò in asso, io che sapevo a memoria ogni testo ho messo il microfono fra le gambe e la batteria e ho iniziato anche a cantare».


Che ricordi ha di quei tempi?
«Era tutto in movimento, anni in cui poteva succedere qualunque cosa. Non avevamo le tecnologie, non c'era nemmeno la televisione, ma eravamo fortunati. La sera tornavo a casa e mio padre chiedeva: "Dove hai preso quei soldi?" "Sono andato a suonare", rispondevo».


La sua famiglia l'ha sempre appoggiata?
«Sì, mi dicevano: "Suona e divertiti fin che puoi". Quando ho iniziato a girare per i locali di tutta Italia con l'orchestra, gli altri commentavano: "Ah bello, il tuo lavoro vero qual è?". Eravamo visti come musicanti precari, ma il nostro era un lavoro eccome. Lo facevamo 200 giorni l'anno. Con gli impresari che chiamavano a casa. Quando scoppiò il boom delle discoteche, siamo andati alla grande. Con l'arrivo dei deejay, ci siamo dovuti ricostruire la carriera. In tutti questi anni sono morto e risorto tante volte».


Come è invece fare musica oggi?
«Stiamo vivendo una sorta di Medioevo, con poca qualità. C'è un'ondata di giovani che propone anche testi interessanti, ma non sa suonare. Ragazzi che si fanno la base su Internet, producono un cd, con tanto di copertina stampata e poi fanno il giro delle case discografiche. Se tutti dicono di no, smettono di suonare. Sono pochi quelli che studiano, che sanno cosa sia l'armonia. Si buttano come se giocassero una schedina al Totocalcio».


Cosa pensa dei talent come fucina per selezionare le nuove leve?
«Il rischio è che si selezionino giovani destinati alla delusione. Dopo le luci di una rapida ribalta che alimenta solo la macchina dello show business, si finisce spesso nel dimenticatoio. Rimpianti che si ripercuotono su intere famiglie»


Cosa consiglia a un bambino che sogna di fare il cantante?
«Di studiare, ascoltare, fare la gavetta, provare a specializzarsi. Ai genitori dico: sedetevi sull'argine del fiume e assicuratevi che l'acqua non esca fuori dagli argini».


Un pensiero sul Covid?
«Credo che i bambini faranno prima di noi a scrollarselo di dosso. E spero che chi ha il cervello abbia usato questo momento per riflettere».


Ci racconta del suo ultimo lavoro?
«Dopo 20 anni da Ciao Ràgaz, che ha vinto 5 dischi di platino, è uscito Stanti così le cose...che è una frase sgangherata tratta dal brano Xa vut ca sèva!L'idea è nata dopo un intervento al ginocchio che, dopo oltre 500 partite con la Nazionale italiana cantanti, era un po' malandato e necessitava di una protesi. Quando sono uscito dalla clinica con le stampelle, la prima cosa che mi è stata chiesta (ride) è stata: "Andrea, il Bologna si salva?". Questo album è una pancia che brontola, quello che i bolognesi non hanno il coraggio di dire. Qualcosa che solo in dialetto potrebbe essere spiegato. Chi lo ascolterà, si divertirà e commuoverà. Spero il risultato sia davvero terapeutico».


Intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile "Genitori"

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