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Bambini, emotività e scuola...

Maria Rita Parsi, una delle psicoterapeute più apprezzate ed empatiche di Italia e che da anni collabora con la nostra Rivista, ci ricorda le parole dello psicologo Daniel Goleman sull’intelligenza emotiva: “una competenza che si fonda sulla capacità personale di controllo del sé e su quella sociale di gestione della relazione con gli altri.”

«Sogno una scuola in cui al posto del voto in condotta ci sia una valutazione dell’intelligenza emotiva di ogni bambino».

Professoressa, cos’è l’intelligenza emotiva?
«I nostri comportamenti non sono correlati alle situazioni che all’apparenza li innescano, ma sono filtrati dalle emozioni che esse evocano tra la percezione degli eventi e le azioni che seguono. È la capacità potenziale di armonizzare pensiero e sentimento, dimensione mentale e dimensione affettiva, ponendo l’accento sulla possibilità di favorire un controllo sano dei sentimenti: le emozioni non hanno una valenza positiva o negativa, ma è la loro gestione che può renderle negative o positive. 

Avere intelligenza 

emotiva significa essere consapevoli del proprio stato emotivo, avere autocontrollo, provare empatia (mettersi nei panni degli altri, ndr) ed avere l’abilità di gestire efficacemente interazione, conflitti e problemi comunicativi».


Come un bambino vive le sue emotività nel percorso scolastico?
«La scuola pone il bambino in un ambiente relazionale costantemente in evoluzione. Le emozioni costituiscono la base dei suoi comportamenti, in quanto il contesto riverbera continuamente informazioni sul sé, sul sé percepito (e giudicato) e sugli altri. 

È estremamente 

importante che un bambino venga opportunamente educato a sviluppare e, soprattutto, ad afferrare gli enormi benefici della propria intelligenza emotiva poiché gli alunni consapevoli conquistano in via crescente autostima e fiducia in se stessi». 


In che modo? «La conoscenza delle proprie risorse e l’accettazione dei propri limiti affina le strategie da mettere in atto per affrontare lo studio (e la vita) e aiuta ad inquadrare ruolo personale ed altrui nelle dinamiche e nelle aspettative. Anche l’autocontrollo e la capacità di gestire soprattutto le emozioni negative offrono modalità di riparazione, conversione e rimodulazione in energia positiva, attraverso l’evitamento preventivo di impulsività e comportamenti disfunzionali. E producono motivazione. 

L’empatia che il bambino 

ha in sé in maniera naturale, deve rimanere viva attraverso il sentimento che il bambino ha di essere compreso ed accompagnato a capire le diversità di ogni vissuto».


Come è considerata l’intelligenza emotiva dalle insegnanti?
«Spesso l’intelligenza emotiva viene oscurata dalla semplice e sbrigativa osservazione delle emotività. Percepire ed osservare le potenzialità intellettive emotive del bambino, ma soprattutto lavorare di conseguenza sull’educazione all’apprendimento a partire dai suoi sentimenti e dalle sue emozioni, deve essere una importante facoltà del docente. Un lavoro metacognitivo. 

La considerazione 

dell’intelligenza emotiva degli alunni può dirsi oggettiva quando viene inserita nell’ambito di un programma educativo né più né meno delle altre materie curriculari».


Che spazio trova l’intelligenza emotiva nella scuola di oggi?
«La scuola di oggi è più incentrata a considerare la corsa a stare al passo con i tempi dettati da una società sempre più individualista e basata su un sapere che non si sofferma su una analisi più approfondita degli aspetti emotivi, favorendo una omologazione pericolosa, appiattendo il senso ed il valore della diversità. Episodi di bullismo, demotivazione, isolamento, abbandono scolastico sono i campanelli d’allarme. Ecco perché sarebbe estremamente importante formare gli educatori anche sotto questo profilo pedagogico».


La scuola come interagisce con le famiglie? «La scuola ha aperto le porte alle famiglie, intessendo relazioni di scambio e di aiuto soprattutto perché deprivata di mezzi e risorse. 

Ma il supporto 

delle famiglie e la loro maggiore presenza non deve giungere, come spesso accade, a far perdere di autorevolezza la scuola e le figure professionali che le appartengono. Un “giusto mezzo” sarebbe necessario».


E i genitori come vivono il ruolo educativo della scuola?
«I genitori hanno alzato mire ed aspettative; mutamento in parte positivo ma che può innescare effetti frenanti e di ingerenza spropositata, come se non si permettesse agli operatori di lavorare sulla base delle proprie competenze e normative»

intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

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