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Il presepe? E' un simbolo di rinascita!

«Ecco la mia fiaba di questo Natale 2020: bambini che vengono al mondo per salvarlo e per salvare i loro genitori.»

Maria Rita Parsi, una delle psicoterapeute più apprezzate ed empatiche di Italia e che da anni collabora con la nostra Rivista, intervistata sul Natale che sarà a conclusione di questo 2020, ci invita a pensare al “dopo”.

In un momento in cui è esploso anche il contagio emotivo, la psicoterapeuta Maria Rita Parsi prova a pensare al dopo. E per questo Natale ci fa due regali: una fiaba da mettere sotto l'Albero per i più piccoli e un nuovo libro. Ecco il titolo: Stjepan detto Jesus, il figlio – Il romanzo dei bambini che vengono al mondo per salvarlo e per salvare i loro genitori (Salani Editore).

Professoressa, ci stanno davvero togliendo il Natale come pensano in tanti?
«Nessuno ci sta togliendo nulla. Questa pandemia ha, però, smascherato tanti deficit antichi che non volevamo vedere o sottovalutavamo. Ci sta aprendo gli occhi: è la cartina tornasole della malapolitica, della malasanità, dell'incapacità globale di prevenire i mali del mondo e programmare le azioni per il nostro benessere. Sulle  famiglie (che purtroppo non hanno le stesse possibilità) ricade così il dovere di amministrare con responsabilità e forza quanto sta accadendo. La famiglia è il microcosmo che deve dare l'esempio. Anche a Natale».


Come spiegare ai nostri figli l'impossibilità di vivere lo scambio dei doni assieme a nonni e cugini?
«Questo sarà un Natale da ricordare. Dobbiamo raccontarlo, soprattutto ai più piccoli, in forma fiabica: come è nato questo virus, da dove è partito, come la mascherina ha smascherato le nostre debolezze e responsabilità. E come ci sta dicendo cosa fare e come proteggere gli altri. Come Movimento Bambino Onlussto preparando una fiaba per spiegare loro cosa fa un potere distruttivo quando ricade sulle famiglie. Vorrei fosse pronta per Natale, sarà il mio regalo».


Riesce ad anticiparci la trama?
«C'è un vecchio nonno, un nonno materno, che si ammala di Covid. I nonni paterni, invece, sono più anziani e per timore del virus non escono. Il nonno materno vive da solo perché sua moglie è già volata in cielo. Era abituato a frequentare i nipotini quotidianamente. A portarli a scuola e a riandarli a prendere. Appena si ammala, prima resta solo; isolato: gli portano la spesa e i medicinali a domicilio. Poi viene ricoverato e accudito amorevolmente da una infermiera. Per fortuna, proprio grazie ai nipoti, aveva imparato ad usare Internet ed è restato in contatto tramite le piattaforme digitali. Appena guarisce condivide con essi quanto ha capito: la pandemia ha svelato sì le debolezze, ma anche la solidarietà fra le persone. E insegna loro che ognuno, dalle istituzioni alle persone comuni, deve prendersi le proprie responsabilità. Così per Natale organizza una festa».


Una festa?
«Sì, una festa in videochiamata a cui partecipano tutti, anche i nonni paterni, e in cui emerge la grande metafora di questo Natale. Tutti, credenti o meno, siamo soli con il nostro piccolo nucleo convivente. Proprio come i migranti in fuga di oggi e come Giuseppe e Maria: una famiglia sola in viaggio per il censimento e alla quale – appena nasce il bambino perché ogni bambino nasce per salvare il mondo e i propri genitori – tutti offrono aiuto. I pastori, i contadini, i Magi».


Il presepe come simbolo della ripartenza?
«Sì, ognuno nel suo piccolo deve stringere un'alleanza con chi gli sta vicino. Per resistere da società compatta, unita, solidale. Ognuno con i propri ruoli. Perché questa epidemia è un nemico inafferrabile, che muta continuamente, che colpisce alcuni e risparmia altri. Non è una strage degli innocenti, ma è peggio di una guerra. Quasi come fosse una strage del mondo passato; quindi degli anziani. E dei più deboli e diseredati; quindi coloro che già erano malati o più poveri. A questo dobbiamo porre fine. E tutti abbiamo il diritto di pretenderlo».

intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

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