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Come siamo noi genitori di oggi?

Paolo Crepet, uno degli psichiatri e sociologi più apprezzati di Italia che da anni collabora con la nostra Rivista, appena uscito in libreria con il saggio Libertà (Mondadori), fa un parallelo fra l'educazione trasmessa dalla famiglia oggi, ai tempi della rivoluzione digitale, e quella che veniva impartita un tempo, quando lui era bambino. «Il contesto esterno non dovrebbe cambiare il modo di educare.

Il compito dei genitori è impartire regole, regole e ancora regole. Possibilmente in modo non castrante».

Professore, cosa significa essere genitori oggi?
«I genitori si fanno sempre allo stesso modo: dando regole ai propri figli, ponendo confini, insegnando loro il rispetto per se stessi e per gli altri. Essere genitori riguardosi è l'unico esempio che conta e che può essere introiettato e replicato».

Le nuove tecnologie e, soprattutto, i social si insinuano come nuovi attori all'interno delle relazioni sociali. Alle famiglie sono richieste strategie diverse rispetto al passato?
«Le nuove tecnologie non cambiano i bisogni dei ragazzi. Il ruolo delle famiglie rimane sempre lo stesso. Prima l'educazione era senza libertà. Un bambino non era libero di fare praticamente niente e doveva esprimersi spesso di nascoso. Adesso è doveroso trovare un bilanciamento tra ciò che pensi sia giusto e le infinite possibilità offerte non solo dal mondo esterno, ma anche dallo spazio virtuale che propone esperienze di cosiddetta realtà aumentata».

Qual è la conditio sine qua nondi questo bilanciamento?
«Credo sia importante ragionare su quanto la nostra libertà possa essere messa in discussione, per esempio, dalle tante suggestioni che ci vengono offerte da Internet, i social e il mondo digitale in generale».

È ancora possibile svincolarsi dalla dipendenza del virtuale?
«Bisogna approcciarsi ad esso in modo intelligente. Trovare all'interno della tecnologia quel che ci piace, attrae e, soprattutto, ci serve, scorporandolo da ciò che invece ci spaventa o su cui siamo scettici. Il segreto è essere in grado di superare la fase dell'innamoramento per il digitale ed essere in grado di trasformarlo in base alle nostre esigenze o, al contrario, se necessario, limitarlo o escluderlo completamente da certi ambiti della nostra esistenza».

Come comportarsi con i nostri figli che sono nativi digitali e che vorrebbero stare sempre con la testa dentro ad uno schermo? È giusto mettere password o attivare i cosiddetti parental controlper controllare o filtrare i loro movimenti in rete o si rischia di essere invadenti?
«Non solo è giusto, è sacrosanto. Visti i tanti pericoli che si rincorrono in rete, i ragazzini, soprattutto i bambini, non dovrebbero essere mai lasciati da soli. I bambini vanno controllati. Un uso scriteriato della rete può essere molto pericoloso non solo perché oggi la pedopornografia corre sul web, ma anche per l'alimentarsi di condotte errate fra pari come il cyberbullismo».

Un consiglio ai genitori?
«Riflettere sul rapporto fra educazione e tecnologia, stabilendo abitudini, magari creative, per porre dei freni. Freni che non siano però mai punitivi o castranti».

Ci anticipa qualcosa del suo nuovo libro?
«Libertàè il mio tentativo di esplorare quello che possiamo fare per non perderla. La libertà non è per sempre e, quindi, va difesa. Con la consapevolezza che essere liberi non significa poter far tutto quello che ci pare, ma muoversi sempre nel rispetto degli altri. L'unica libertà possibile si chiama rispetto. È questo, forse, l'unico insegnamento necessario per i nostri figli».

intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

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