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Giardini segreti? Scopriamo quello di via Ca’ Selvatica a Bologna

Conoscete la favola de Il gigante egoista di Oscar Wilde? E Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett? Sono i due capolavori della letteratura per ragazzi che vengono subito alla mente a varcare la soglia del meraviglioso angolo di paradiso che si nasconde dietro un sobrio cancello di via Ca’ Selvatica. 

È il Giardino della Casa Selvatica, nella cui pace ci si può immergere solo su appuntamento, in occasione di apertura al pubblico (solitamente una volta al mese), di iniziative programmate come “Diverdeinverde” della Fondazione Villa Ghigi o le giornate del Fai o ancora se – beato il caso! – si ha la fortuna di essere un bambino residente nelle abitazioni ubicate nell’isolato racchiuso fra le vie Nosadella, del Fossato, Santa Caterina e Frassinago e per il quale le porte sono spalancate. Lo mette subito in chiaro quel cicerone tutt’altro che egoista che ha accolto noi dell’Associazione Genitori per esplorare uno spazio che, se non ci fosse, bisognerebbe crearlo. 

Cesare Masetti Zannini è uno dei discendenti di Antonio Masetti Zannini, che alla fine dell’Ottocento acquistò l’area. Cosa c’era prima di quell’acquisizione ce lo dice una vecchia targa:

 “Cortile delle Stalle Nuove dell’antico monastero
 di monache di clausura di Santa Maria degli Angeli”. 

La prima pietra del convento fu posta nel 1567 dal banchiere Andrea Bonfigli, che decise di gratificare la moglie che aveva una forte vocazione religiosa e che – ricevuto lo spazio che fu circondato da alte mura e bonificato –  consacrò le proprie figlie alla vita monacale. 

Le suore divennero le educatrici delle figlie delle ricche famiglie bolognesi e fu costruito un chiostro che si estendeva da via Ca’ Selvatica a via Saragozza e circondava un grande orto, ancora visibile nelle mappe seicentesche della città. Il convento restò tale fino a quando Napoleone non decise di sopprimere tutti i monasteri, passandone la proprietà al demanio dello Stato. 

Da fine Ottocento l’ex convento divenne allora la dimora di famiglia dei Masetti Zannini, un palazzo da sogno circondato da un anello verde. All’inizio degli anni Cinquanta, Cesare Masetti Zannini, figlio di Antonio e omonimo del nostro cicerone, trasformò l’area del vivaio.  

Agronomo e naturalista, piantò alberi e piante, realizzò percorsi in stile ottocentesco, costruì due grandi peschiere e tantissime voliere. Grazie alla collaborazione con il professor Alessandro Ghigi, lo spazio si trasformò in un giardino ornitologico, con una collezione unica di pappagalli, anatre ornamentali, oche, fagiani, gru, pavoni, colombi e tanti altri uccelli. Alla morte di Cesare, però, il luogo restò a lungo abbandonato.

Al suo interno vivono i più comuni animali
da cortile, gatti, pappagalli, la tartaruga Ugo (!)

e, a seconda delle stagioni, il giardino diventa metà della migrazione degli uccelli che vengono accolti dai nidi artificiali posti sugli alberi da frutto. 

L’oasi verde, un vero e proprio ecosistema che si autoalimenta in modo quasi autarchico, è curato secondo rigide regole e senza alcun trattamento chimico o antiparassitario, affidandosi praticamente alla sola acqua piovana.

«Non a caso, gli animali “residenti” – racconta Masetti Zannini – sono tutti i volatili tipici della città: merli, pettirossi, verdoni, fringuelli e cardellini, ma anche visitatori di passaggio come il codirosso, il picchio muratore, il picchio rosso, l’upupa, l’airone cenerino che da qualche anno passa l’inverno sulla peschiera e una coppia di sparvieri che, spostandosi dalla vicina collina, vengono a caccia in centro». 

Suggestiva la notte quando da quelle parti si fermano gli allocchi. Una piccola grande scuola en plein air, insomma, che è entrata negli itinerari delle iniziative formative outdoor degli istituti, materne e primarie in primis, di tutta la città.

a cura di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

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