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Proteggerli e aiutarli anche con l’aiuto delle “favole”... come?

“Mamma, mi fa male qui!” Il pianto del nostro bambino, specie se piccolo, è fonte di ansia soprattutto se i tentativi di calmarlo risultano vani... il bambino percepisce la nostra tensione: nei movimenti agitati, nell’essere spostato da un braccio all’altro, cullato più o meno velocemente e questo accrescere il suo disagio.

E, allora, cosa fare? Può sembra una sciocchezza ma la prima cosa da fare è ricordarsi di “respirare”, un bel respiro profondo predispone ad accogliere il pianto del bambino.

Prendere in braccio il bambino in posizione verticale, petto a petto, in questo modo si sentirà accolto, sostenuto e protetto, potrà abbandonare la tensione accumulata e rilassarsi tra le nostre braccia.

Crescendo, il pianto accompagnerà episodi quali il “ficozzo”, il ditino schiacciato, il morso ricevuto da un compagno d’asilo, il bambino oltre a esprimere il dolore fisico, il suo disagio attraverso il pianto, cercherà di raccontare quanto accaduto; molto spesso si tende a minimizzare “non è niente”, “basta piangere”, anche in questo caso può essere utile dare attenzione al bambino, ponendosi alla sua altezza, chiedendo dove fa male, facendosi raccontare cosa e come è accaduto, per poi prendersi cura con gesti dolci e rassicuranti “mettiamo un cerottino”; “prendiamo il ghiaccio”, ecc...

Spesso si pensa che in questo modo si vizia il bambino, al contrario come sostengono neuropsichiatri infantili e psicoterapeuti “è preferibile far fare al bambino unèesperienza di protezione che trasmettergli la sensazione di essere trascurato e di non stare a cuore a nessuno”.

Queste indicazioni valgono tanto per i genitori, quanto per educatori ed insegnanti, rafforzano la fiducia nell’adulto, lo incoraggiano a quella “confidenza” così importante per tutta la sua esperienza futura.

La vita del bambino è accompagnata anche da altri disturbi fisici, dalle influenze alle malattie esantematiche, dal febbrone alla tosse! Ancora una volta il ruolo di noi adulti è fondamentale, è sicuramente di grande aiuto mantenere un atteggiamento equilibrato, premuroso e attento, senza scivolare nell’eccesso di cura, cosa non sempre facile, spesso l’ansia può prendere il sopravvento rendendoci poco lucidi e obiettivi, fondamentale affidarsi a un professionista serio che sappia ascoltare le nostre preoccupazioni e prescrivere la cura piè adatta per il nostro bambino; così come è altresì importante credere nelle possibilità di guarigione del nostro bambino e dargli il tempo adeguato perchè ciò avvenga!

Ci sono, poi, malattie più gravi, che mettono a dura prova il bambino, la sua famiglia e tutto il microcosmo con cui entra in relazione, molto spesso per paura di entrare in contatto con la propria vulnerabilità e per l’incapacità di trovare spiegazioni adeguate, di fronte alle domande disarmanti che ci rivolgono i bambini cerchiamo di far finta di  niente,  minimizziamo, diamo risposte evasive, si pensa di proteggerli in questo modo, di preservare la loro serenità più a lungo possibile, ma se vogliamo rispettare il bambino in quanto persona è giusto non nascondergli nulla, naturalmente è opportuno trovare le parole e le modalità più adatte alla sua età; un valido supporto ci viene offerto dalle favole, il mondo magico della favola consente di rappresentare situazioni dolorose “trasfigurate dalla fantasia e allontanate emotivamente”, il piccolo paziente attraverso la fantasia riesce a distrarsi dalla realtà faticosa del momento, si sente protagonista e identificandosi con i personaggi (molto spesso animali) si sente sostenuto nell’affrontare le cure. 

Suggerisco una lettura molto interessante “Pe, Sciò e Lino” di Tommasi A., è la storia di un pesciolino triste, Pe, non può giocare con i suoi amichetti perchè lento e debole nel nuoto, finchè un latte magico non lo rende forte e felice. Questa storia è stata scritta dalla mamma di Nicolò un piccolo paziente di oncologia pediatrica, è un valido strumento per tutti bambini malati e non per introdursi con serenità e dolcezza nel mondo della malattia. 

di Francesca Zanolla
pedagogista e counselor relazionale

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