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Quello "sguardo severo" che ci portiamo dentro...

“Sono una ragazza di 38 anni con un figlio di 9 mesi e un compagno dal quale sento di non ricevere abbastanza. Per mio padre, persona molto affermata, sono sempre stata inconcludente. Ho fatto solo incontri sbagliati e  non sono riuscita nemmeno  a terminare il mio corso di studi in lettere filosofiche. Lo “sguardo” severo  di mio padre mi ha sempre fatto sentire sbagliata e incapace di fare la cosa giusta.

Dopo un lungo periodo di solitudine e sconforto ho rincontrato Francesco, un ragazzo con il quale giocavo da bambina… anche lui desiderava tanto un bambino e così… Da nove mesi c'è Edoardo un meraviglioso bambino vivace e aperto. Francesco si è trasferito da un'altra città per stare con noi affrontando tutte le difficoltà che il trasferimento ha richiesto eppure litighiamo spesso… Per lui dovrei uscire più frequentemente, non attaccarlo al seno quando si sveglia la notte… per me Francesco non mi aiuta abbastanza! Mi irrita il fatto che la notte lascerebbe piangere Edoardo per evitare di alzarsi. Non lo sento  mai mettersi nei miei panni se non per farmi notare il modo inadeguato di rivolgermi a Edoardo o di fare le cose, insomma sono stufa, mi sento triste  e ho l'impressione che nessuno mi capisca”.

Da questa lettera si capisce bene quanto sia difficile rinnovare e superare il  nostro “vecchio” mondo nel quale siamo cresciuti. Nella vita di Emma tante cose sono cambiate e continuano a farlo ma alcuni vissuti sono pervicaci e si ripropongono continuamente. Rischiano di sopraffarla. Ha ragione nel dire che abbia l'impressione che “nessuno” la capisca, perché quel nessuno è la percezione che lei ha di se stessa.

Ecco Emma, naturalmente, non esistono “formule magiche” capaci di cambiare in un sol colpo aspetti della nostra vita che sembrano copioni già scritti, che si ripetono da sempre…

 Eppure vale la pena s offermarsi
 proprio su questo aspetto di “ricorrenza” che certi vissuti hanno.

Mi sembra che particolarmente in questo caso l'esperienza d'inadeguatezza che hai continuamente sperimentato con la figura paterna si riproponga in questa relazione con il tuo compagno. Forse lo “sguardo severo” con il quale il tuo papà seguiva il tuo percorso di vita ti accompagna anche in questa nuova fase…
 
E allora per migliorare la qualità della relazione è importante imparare a rappresentare al partner i propri bisogni evitando di cadere nella “trappola” della rivendicazione che potrebbe spingere l'altro, sentendosi attaccato, in una posizione difensiva e, infine, nella “spirale” di una comunicazione negativa.
Considerato lo sforzo rassicurativo di Francesco che ha condiviso il nuovo progetto di vita e si è trasferito da un'altra città  mi sembra che ci sia lo spazio per trovare nuovi modelli di comportamento più utili a soddisfare il tuo desiderio di vederti riconosciuta nel tuo nuovo saper fare e saper essere.•

a cura prof. Lino Di Ventura
psicologo, psicoterapeuta

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