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L’affascinante mondo sociale dei bambini e le relazioni tra pari

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Le prime ricerche scientifiche sullo sviluppo psicologico dei bambini nacquero alla fine dell’Ottocento, in particolare grazie alla curiosità di Stanley Hall.

Fino ad allora, serpeggiava l’idea che fosse facile comprendere l’infanzia o l’adolescenza; del resto, chi non aveva almeno un figlio in casa o era stato a sua volta figlio?!

Vi basti pensare che lo stesso Hall trascorse 30 anni della propria vita compiendo ricerche e raccogliendo dati circa la comprensione delle emozioni dei bambini, delle loro credenze, alle loro regole relazionali e sociali, senza mai osservarne uno direttamente. Erano sempre ricordi di infanzia raccontati attraverso le narrazioni di adulti. Solo negli anni successivi (per fortuna) cominciò ad emergere un’immagine del bambino come più attivo e capace fin dalla nascita di esibire grandi abilità relazionali ed esplorative verso il mondo esterno.

È durante l’età prescolare che i bambini acquisiscono modalità relazionali e sociali sempre più strutturate, caratterizzate da dinamiche di cooperazione e di competizione tra di loro, ed è proprio in questa fase che i bambini sperimentano con più consapevolezza i giochi di potere che sottostanno le relazioni. A tal proposito, gli psicologi parlano di “relazioni verticali” per indicare la dimensione asimmetrica del potere che il genitore esercita sul figlio, in cui prevalgono dinamiche di protezione e di controllo, mentre le “relazioni orizzontali” rimandano ad una distribuzione paritetica di potere tra coetanei, dimensione in cui si è tutti allo stesso livello e che dovrebbe incentivarne un confronto più “democratico”.

La scuola è il contesto per eccellenza in cui le relazioni orizzontali si confrontano e si scontrano con quelle verticali esercitate dalle maestre.

La considerazione fatta da Erving Goffman, che paragona la scuola ad una qualsiasi organizzazione o azienda, all’interno della quale si sviluppa sempre una vita sociale ufficiale, definita da ruoli e obiettivi espliciti a tutti i dipendenti, ed una vita sociale sotterranea, che ha una vita propria e che coinvolge solo alcuni membri dell’azienda stessa, come ad esempio: “Alla scuola materna, non si possono portare giochi da casa”. Questa regola, introdotta dalle maestre, viene appresa e rispettata da tutti i bambini perché una sua infrazione comporterebbe in primis una condizione di disparità e poi una conflittualità accompagnata dalla classica espressione “non è giusto”!

Non è giusto, infatti, proprio perché salterebbe la condizione alla base della relazione orizzontale: siamo tutti uguali. La soluzione è giocare con i giochi messi a disposizione dalla scuola. Tuttavia, quella stessa regola viene spesso “rivisitata”: alcuni bambini portano da casa giochi di piccola dimensione, facilmente nascondibili agli occhi delle maestre e mostrati fugacemente ai propri compagni di classe. E qui c’è l’aspetto più divertente: se il bambino portasse il suogioco da casa, tenendolo in tasca, senza mostrarlo a nessuno dei suoi amici, non sortirebbe alcun effetto o cambiamento a livello di gruppo. Nessuno potrebbe sapere dell’infrazione, nessuno si sentirebbe “minacciato”. Invece, il bambino che infrange la regola cerca la condivisione con un suo amico in gran segreto, rendendolo complice dell’infrazione. È la reazione dell’amicoa rendere tutto ancora più interessante perchè quel bambino introduce spontaneamente una nuova regola: “Giochiamoci insieme, di nascosto, e soprattutto non litighiamo, altrimenti le maestre ci sequestrano il gioco!”.

a cura dott.ssa Patrizia Valenti
psicologa, psicoterapeuta

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