Il lato oscuro dell’empatia

Un “movimento da dentro” verso il mondo delle passioni e dei sentimenti dell’altro, fino a un coinvolgimento talmente profondo da diventare immedesimazione. È sempre e comunque un valore così esemplare l’empatia? O può anche far danni?

L’Empatia è un “movimento da dentro” verso il mondo dell’altro dal coinvolgimento talmente profondo da diventare immedesimazione

Per comprendere meglio come funziona il meccanismo di ogni nostra identificazione, vorrei parlare del difetto (ovvero, della mancanza) o dell’eccesso di empatia. 

Il difetto - mancanza di empatia si traduce in distacco, eccessiva razionalità, fino al cinismo. E su questo possiamo essere d’accordo. 

L’eccesso di empatia invece, la fa considerare come una sorta di “regina” tra le nostre capacità relazionali e quindi tendiamo a non vedere problemi che sono sotto i nostri occhi. La parte oscura dell’empatia legata al suo eccesso è che l’identificazione con l’altro è immediata e priva di filtri. Ovviamente per ciascuno di noi è più facile identificarci con un certo tipo di persone o problemi, magari perché li abbiamo vissuti anche noi nel passato. Per esempio, se conosco il dolore della perdita di una persona cara, mi sarà facile empatizzare con chi vive questa esperienza, e così via. 

Ora, l’empatia di questo tipo ci fa diventare miopi ad altre realtà: ci fa muovere in modo unidirezionale e non ci fa pensare alle conseguenze a lungo termine di quello che mettiamo in modo. 

Oggi per esempio i genitori spesso empatizzano con i figli difendoli davanti agli insegnanti anche quando i fatti - osservati attraverso l’intelletto logico - mostrano gli errori e le mancanze dei ragazzi. Questa empatia totalizzante “a tutto campo” è devastante, protegge i figli anche quando avrebbero bisogno di un altro tipo di intervento, non aiuta a costruire confini sani e procedimenti logici davanti alle proprie azioni e alle loro conseguenze. Senza arrivare a danni estremi, queste situazioni si vivono anche nel quotidiano scambio delle interazioni. 

Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando, possiamo fare degli esempi, che possono essere utili a comprendere questi meccanismi e a ricordarsi che, accanto all’empatia e alla intelligenza emotiva, occorre avere una sana intelligenza logica capace del giusto distacco. Solo equilibrando questi due poli si può imparare ad ascoltare cuore e mente, trovando nuove soluzioni più salutari e durevoli nel tempo. 

Un altro esempio: Rosa deve uscire per una commissione e chiede al marito Alberto, rientrato da poco, di controllare che i due figli facciano i compiti. Alberto lo promette. I ragazzini sono felici di avere il padre presente e vogliono giocare con lui. Alberto entra facilmente nel sentito dei figli, che gli ricorda anche il suo da bambino, quando il padre gli sembrava una figura inaccessibile. 

Dunque allenta il controllo, i compiti sono lasciati da parte. Arriva sera, Rosa rientra più tardi del previsto, i figli sono stanchi dal tanto giocare e non hanno più energie per fare i compiti... Rosa si sente tradita! Alberto aveva promesso. Come al solito, non ci si può fidare di lui.

Anche Alberto si sente a disagio, ora, perché ricorda la promessa e vede il viso stanco e deluso della moglie: non è stato all’altezza della situazione. I figli si sentono un poco colpevoli perché il giorno dopo hanno delle interrogazioni e non si sono preparati. La soluzione è di fare una giustificazione ai ragazzini, per il giorno dopo, inventando un lieve malessere. Ora, sto descrivendo un episodio piccolo, ma già si possono vedere le conseguenze. 

Cosa imparanoi bambini? Sanno che con un poco di moine e poi di lamento possono ricevere la giustificazione per il lavoro non fatto, imparano che le promesse possono non essere mantenute, imparano che papà “conta” più di mamma… Ecco. Tutte insieme, e se ripetute, queste conseguenze non sono sane. La corta visione empatica le rende tutte, alla lunga, pericolose sul piano del comportamento etico. 

Se Alberto fosse stato capace di uscire dalla zona scura dell’empatia, avrebbe potuto utilizzare un poco di sana lucidità intellettuale, avrebbe trattato con i suoi figli, magari dividendo il tempo a disposizione in due parti, una dedicata ai compiti e una di piacevole gioco insieme. Avrebbe affermato la sua autorità paterna e non avrebbe “minato” quella della madre.

Infatti è proprio l’intelletto logico che può creare una prospettiva a più lungo termine, immaginare le conseguenze non solo immediate ma nel futuro delle nostre azioni di oggi, operare un sano distacco obiettivo e fornire altri strumenti di valutazione. 

Formatrice, counselor relazionale
a indirizzo Voice Dialogue