Come può aiutarci il grafologo?

 In Italia la Grafologia non è molto conosciuta e, purtroppo, spesso è considerata alla stregua di un oroscopo e il grafologo è visto come una sorta di indovino, come se leggesse le carte... Attraverso la nostra scrittura, il grafologo ha la possibilità di capire i vari sfaccettati aspetti della personalità. La mano che scrive non deve essere considerata solo come l’arto che, assieme allo strumento scrittorio, lascia la traccia sul foglio. In realtà gli stimoli della nostra scrittura arrivano dai cervello che mette in atto spalla, braccio e mano per consentire di poter lasciare il segno. 

Quando siamo, per esempio, innamorati o nervosi scriviamo in un certo modo, diverso da quanto invece percepiamo preoccupazione o serenità. Il grafologo ha studiato per poter interpretare i segni della scrittura lasciati dal cervello; è per questo motivo che, attraverso la scrittura, ha la possibilità di capire i vari sfaccettati aspetti della persona.

Ci si rivolge al grafologo per cercare di capirsi un po’ meglio, per sondare alcuni aspetti interiori che non abbiamo chiari, per uno stimolo riflessivo, per curiosità; ad esempio, per il mondo del lavoro la grafologia aiuta il titolare di un’azienda a scegliere il personale più adatto per quella posizione, facendo risparmiare denaro e tempo nella selezione, perché un candidato può essere scaltro nel parlare, ma i propri stimoli interiori non possono essere falsati. Per gli studenti può aiutare a chiarirsi le idee sulla linea di studio da intraprendere.

Dobbiamo sapere che la grafologia non si occupa solo degli adulti, ma parte già dall’osservazione dei primi anni dei bambini ed in questo caso è chiamata Età Evolutiva. Iniziamo, perciò, questo viaggio nella scrittura dei piccoli e nei prossimi articoli ci occuperemo, in modo stimolante e comprensibile, anche degli adulti, dai sentimenti, all’intelligenza, all’ambito lavorativo e altro.

Nei primi anni di vita il foglio bianco su cui i bambini scarabocchiano (e successivamente dove gli adulti scrivono) rappresenta lo spazio vitale nel quale muoversi; lo possiamo considerare il metaforico ambiente dove la persona compie azioni, lasciando tracce, i segni della sua personalità. Per i bambini osserviamo i tratti dello scarabocchio come la rappresentazione della loro espansione vitale e, secondo studiosi di psicologia infantile quali Rocco Quaglia, il tratto continuo rappresenta l’autostima, quello discontinuo è la tendenza a chiudersi, a celare i pensieri e sentimenti, l’annerimento indica la difficoltà ad instaurare relazioni con l’ambiente, le zone bianche sono spazi che il soggetto teme e non si addentra. 

Per un bambino, anche piccolo, è una sorpresa, quasi una magia, vedere i segni che può lasciare su qualsiasi superficie, sia un foglio o una parete; in quel momento ha la tangibile sensazione di esistere perché il segno gli dà l’inconscia consapevolezza di esserci, si sente una presenza concreta “che si può vedere”.

Se guardiamo l’occupazione totale dello spazio come sintomo di vitalità ed estroversione, i movimenti curvilinei (con tratti leggeri) sono indice di scarsa aggressività ed i tratti marcati (a zig-zag, nervosi) li possiamo considerare un po’ come aggressivi (naturalmente si intende un’impetuosità rapportata all’età del bambino).

Iniziano a 12/18 mesi lo carabocchio che, piano piano, si evolve fino ai 4 anni; poi possiamo considerare terminata questa fase ed inizia una forma di disegno caratterizzata da una sorta di realismo; riusciamo ad intuire quello che il bambino vuole raffigurare. Secondo me è illuminante l’osservazione che la grafologa Prudenza Schirone (Scuola Superiore di Grafologia di Foggia) ha detto riguardo gli scarabocchi «è utile osservare anche i segni tracciati dalla bava e dal cibo che il bambino lascia sul seggiolone; servono per capirlo meglio e per farci un’idea iniziale di quello che probabilmente vedremo più tardi».

di Antonio Perolfi 
Grafologo AGI

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