Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività: la subdola ipoteca infantile sul futuro

L’ADHD anche detto Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è uno dei disturbi neuropsichiatrici più frequentemente riscontrati nell’età evolutiva ed  è fondamentale familiarizzare con la sua fenomenologia,

in modo da intercettarlo il più precocemente possibile ed avviare quanto prima un trattamento adeguato, al fine di minimizzare lo strutturarsi di possibili comorbidità (altri disturbi in associazione a quello primario), determinare il minimo impatto nello sviluppo e garantire il miglior adattamento e la più alta qualità della vita.

Senza entrare negli annosi dettagli enucleati nei principali manuali diagnostici e statistici di salute mentale, rispettivamente il riferimento americano al DSM-5 e quello europeo al sistema ICD-10, vi tratteggerò brevemente il profilo sintomatico del disturbo.

Trattasi di un quadro caratterizzato da pervasiva inattenzione ed iperattività che possono presentarsi congiuntamente oppure separatamente.

Tanto più bassa sarà l’età d’esordio, tanto più marcato apparirà il tratto dell’iperattività, intesa estensivamente come impulsività e dis-regolazione comportamentale a tutto tondo.

Con l’andar del tempo, in termini di decorso, in età adolescenziale tenderà a permanere il deficit dell’attenzione mentre l’aspetto della dis-regolazione comportamentale tenderà ad attutirsi.

A cosa fare attenzione genitori?

Il bambino esibisce marcate difficoltà nel portare a termine un’attività o un gioco.

Tende a non finalizzare, molto facilmente raggiunge la saturazione e la noia se confrontato con compiti di natura intellettuale ed applicativa.

Rivela una difficoltà persistente e degna di nota nell’acquisire comportamenti socialmente desiderati, ha difficoltà nel mantenere la posizione seduta, anche a scuola, risponde alle domande prima che si sia terminato di formularle.

Mostra particolare difficoltà nel comprendere le istruzioni di svolgimento di un compito e nel portare avanti impegni protratti nel tempo.

Perde facilmente la pazienza, non rispetta i turni conversazionali, mostra difficoltà nel differire la scarica di ogni impulso.

 

Accanto a questo, che il cuore sintomatologico del disturbo, attenzione particolare va fatta agli elementi associati: le difficoltà del bambino nel modulare il suo comportamento e nel leggere i segnali interpersonali lo porteranno ad avere rapporti problematici con i pari: a scuola potrebbe essere marginalizzato o esplicitamente rifiutato dai compagni.

Da ciò ne potrebbe derivare un impoverimento della sua immagine, carenza di autostima, conflittualità, disturbi d’ansia e, successivamente, depressione.

L’apprendimento è seriamente ostacolato dal deficit delle funzioni esecutive che genera il disturbo: trattasi infatti di un’affezione neuropsicologica che viene ad interessare la qualità della processazione dell’informazione, la memoria a breve termine, il controllo dell’interferenza, la capacità di panificazione.

Processi fondamentali a cui il sistema cognitivo si appoggia per svolgere molte delle sue funzioni, tra cui, appunto l’apprendimento.

A resa scolastica in genere risulta scarsa, le esperienze sociali vengono a caratterizzarsi per un rifiuto pervasivo correlato ad un forte vissuto di inadeguatezza.

Ecco dunque che identificare precocemente il disturbo, permetterà anche di svolgere una prevenzione secondaria e terziaria su esiti sfavorevoli che potrebbe comportare nel medio e ungo termine: precoce abbandono della scuola, difficoltà occupazionali, disturbo della condotta e disturbo oppositivo-provocatorio, disturbi dello spettro affettivo, d’ansia  ed ossessivo- compulsivi, tossicomania e condotta antisociale.

Questi i principali rischi di un disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività non debitamente trattato.

Il bambino con ADHD è esposto a sviluppare altre forme di psicopatologia e non di meno più vulnerabile ad esperienze esistenziale di disadattamento e rifiuto sociale.

E’ bene dunque tenere in considerazione il quadro generale del bambino e, genitori, essere particolarmente accorti per quanto concerne la sua immagine di se stesso e l’autostima propriamente detta.

Si tratta di un disturbo a fortissima base genetica, anche se non è stato riscontrato un unico gene determinante ma trattasi probabilmente di una costellazione di geni che vengono ad agire simultaneamente, determinando una trasmissione di carattere non mendeliano.

L’esperienza, lo stile educativo, il vissuto possono tuttalpiù slatentizzare un disturbo in realtà latente nel bambino.

Iniziate dunque con il non sentirvi in colpa, cari genitori.

Non ve ne è alcuna ragione.

E’ bene pero’, durante la gravidanza, osservare alcune misure di sicurezza generale: si è dimostrata un’alta correlazione tra esposizione ad alcol, nicotina, psicopatologia materna e sostanze stupefacenti ed un’insorgenza, peraltro precoce nel bambino, di un disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

Non potete agire sul corredo genetico ma potete muovere, in termini preventivi, con scelte di comportamento sano per voi e per i vostri figli.

In molti casi potrebbe non bastare ma è nondimeno necessario osservare queste accortezze durante la gestazione.

Nel caso in cui osservaste i sintomi sopra descritti con una pervasività degna di nota nel vostro bambino, associata a condotte oppositive e particolarmente conflittuali, non esitate a rivolgervi ad un neuropsichiatra infantile o ad uno psicologo clinico o evolutivo, atti ad effettuare una diagnosi e a pianificare, spesso sinergicamente, un trattamento.

 

Esso prevede un approccio multifocale, in primis di tipo psicoeducativo, mirato a rieducare le funzioni cognitive e comportamentali o riadattarle in base alle capacità residue ed alle risorse presenti in una direzione socialmente più adeguata e funzionale, il PARENT TRAINING, che invece  fornisce ai genitori ultili tecniche di modificazione comportamentale sulla base dei principi dell’apprendimento sociale (tecniche del rinforzo) e informazioni agli insegnanti e , ultima ma non per importanza, la terapia farmacologica che, in molti casi è necessario adottare per una risposta soddisfacente che renda possibile anche la collaborazione attiva e proficua del bambino nel trattamento.

Terapie d’elezione, genitori, sono gli psicostimolanti, in modo particolare il metilfenidato e l’atomoxetina, molecola studiata appositamente per l’età evolutiva che ha dimostrato un profilo di buona tollerabilità ed efficacia.

Il curante avrà cura di illustrarvi con precisione e professionalità estrema, le controindicazioni ed i rischi implicati nell’adozione di questi farmaci ma è bene tener presente che, dati alla mano, gli psicostimolanti hanno dimostrato di poter determinare un  miglioramento rapido, consistente e durevole della sintomatologia.

Non si somministrano farmaci, men che meno sostanze psicotrope, ai bambini con leggerezza.

Nessun professionista degno di tale nome lo farebbe.

E quando lo si fa, lo si fa NON PER CURARE ma per mettere il paziente nella condizione di collaborare e migliorare la sua vita e quella di tutte le persone che lo amano.

NESSUN FARMACO CURA NEL DISTURBO MENTALE ma puo’ costituire un valido, talora irrinunciabile, aiuto per condurre un soddisfacente processo terapeutico.

L’ADHD non si cura ma puo’ essere felicemente trattato al punto in cui il soggetto affetto arriva a condurre un’esistenza piena ed appagante con un livello di difficoltà minimo: qualcosa per cui vale la pena lottare, un margine tanto più ampio quanto più tempestivo e mirato sarà l’intervento.

Genitori, il carico di ansia e stress in questi casi è notevole: non esitate a richiedere un supporto psicologico per voi stessi nel caso in cui aveste la percezione di non riuscire ad affrontarlo.•

a cura Dott.ssa Sabrina Anastasi
psicologo clinico