La nostra famiglia è unica e in quanto tale è caratterizzata da precise regole interne che ne veicolano la comunicazione e ne orientano le condotte.
E’ intrisa di valori, risorse e memorie intergenerazionali che vengono tramandate negli anni; è il luogo dove prendono forma aspettative rispetto a ciascun membro, tra cui l’aspettativa stessa di portare avanti tutto il bagaglio culturale e famigliare sopraindicato. Pensare alla ‘famiglia’ significa dare un significato alla propria esistenza nel qui ed ora, all’interno però di una dimensione spazio-temporale più ampia che ha origini lontanissime e che diventa un pensiero rassicurante perché garantisce continuità e stabilità. La famiglia è legame. E’ quel punto fermo, nonostante tutto.
L’immigrazione rappresenta invece un punto di rottura in quella stessa linea che garantisce la sopravvivenza della propria famiglia. Immaginiamo una quercia ben piantata le cui radici affondano sicure nel terreno e improvvisamente viene sradicata, sospesa in aria in attesa di trovare un altro terreno.
Questa è la condizione che vive la famiglia migrante: l’essere sospesa in una dimensione che genera profonde ferite e rotture interne. La famiglia migrante si “colloca” tra la società di origine e quella di accoglienza. Ed è proprio questo tra che determina i cambiamenti sul normale susseguirsi delle fasi del ciclo di vita famigliare.
L’incontro - scontro con una società di accoglienza può generare nel migrante un vissuto di grande smarrimento e paura, rendendo l’evento migratorio ancora più traumatico. I membri della famiglia migrante sentono da un lato il peso delle aspettative della società d’origine, tra cui il forte mandato di portare avanti le culture di appartenenza, ma dall’altro le aspettative della società ospitante che chiede di adeguarsi alle regole interne vigenti. Diventa allora difficile appartenere ad entrambe le società e impossibile sceglierne una. Questa confusione crea un profondo senso di inadeguatezza che, in particolare nei bambini, viene espresso attraverso sintomi quali balbuzie, difficoltà di concentrazione, scarso rendimento scolastico, problemi comportamentali e relazionali. Per questo motivo è indispensabile uscire dall’ottica dicotomica in cui prevalga o una società o l’altra, perché il rischio è quello di sviluppare un ragionamento limitante, polarizzante e dualista.
E’ indispensabile invece creare delle situazioni in cui poter confrontarsi e parlare di entrambe le società (e\e), mantenendo un legame tra passato e presente e colmando quelle distanze attraverso la comprensione.
a cura dott.ssa Patrizia Valenti
psicologo, psicoterapeuta