Il piccolo principe: "Cerco degli amici. Cosa vuol dire "addomesticare?"
La volpe: "E' una cosa da molti dimenticata. Vuol dire creare dei legami".
Il piccolo principe: "Creare dei legami?"
La volpe: "Certo... io non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me... ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo".
Antoine de Saint. Exupery, Il piccolo principe
La famiglia non è solo una semplice istituzione cioè un luogo di trasmissione di norme e di valori sociali con ruoli precisi e predefiniti ma è un nucleo in cui c'è interscambio, relazione, dove si sviluppano affetti e in cui tutti i membri sono considerati persone ma soprattutto hanno bisogno l'uno dell'altro per far funzionare il sistema. Non voglio parlare di concetti nuovi perché non ve ne sono, si tratta solo di applicarli entro una visione sistemica in cui la famiglia viene considerata un sistema organizzativo che, pur mutando nel tempo la sua struttura, si distingue dagli altri sistemi per la specificità dei suoi compiti: promuovere lo sviluppo e l'adattamento all'ambiente dei suoi membri con il mantenimento dei legami affettivi. In quest'ottica si può parlare di famiglia funzionale allorché essa sia capace di mutare i suoi schemi relazionali adattandosi a ogni cambiamento (evento evolutivo).
La famiglia è un sistema attivo e creativo in continua trasformazione perché, come l'individuo singolo, passa attraverso varie fasi di sviluppo (nascita dei figli, adolescenza, vecchiaia ecc.) e attraverso momenti di “crisi” (eventi drammatici/traumatici) e la malattia è uno di questi.
La malattia di un figlio comporta una serie di cambiamenti nella vita di tutti i membri, sia a livello psicofisico sia a livello relazionale, non semplici da gestire. Grave o lieve che sia essa incide profondamente sulle dimensioni più intime, limita l'autonomia del bambino e di chi se ne occupa e segna anche le persone vicine, come fratelli, parenti tutti. L'assunzione di strategie relazionali appare necessaria per sopperire alle difficoltà e allo stress che invade tutto il sistema.
Ma come reagiscono i genitori di fronte ad una diagnosi di malattia del proprio figlio?
E' inevitabile l'alternanza di emozioni ambivalenti sia positive sia negative. La diagnosi comporta per i genitori la perdita dell'immagine di sé come adulti in grado di proteggere la propria creatura, nella maggior parte dei casi sono presenti sentimenti di eccesso di responsabilità e colpa. Gli atteggiamenti di una famiglia di un bambino malato possono essere diversi:
- eccessivo e rigido rispetto delle regole e dei ritmi imposti dalla malattia;
- indulgenza;
- iperprotezione;
- indifferenza e rifiuto.
Molto dipende anche dal tipo di attaccamento nei confronti del bambino, che definisce il modo in cui il genitore si prende cura del proprio figlio. Inoltre ogni membro reagisce non solo alla malattia ma anche ai comportamenti degli altri familiari (fratelli, nonni, zii), tutto ciò contribuisce ad aumentarne la complessità. In questi momenti c'è la necessità di una modifica dei ruoli dei vari membri, o un riadattamento delle comunicazioni fra di essi, l'importante è non chiudersi in un silenzio solitario senza esprimere i propri vissuti, sentimenti, emozioni come rabbia, sofferenza, disperazione, impotenza, sensi di colpa.
In definitiva tanto maggiore sarà la capacità di implementare una comunicazione efficace, tanto più si porranno basi solide per la condivisione dei problemi e per la collaborazione che sono gli ingredienti fondamentali al mantenimento dell'equilibrio. Da quanto detto la famiglia ha in sé la capacità di ridefinire gli eventi traumatici in funzione di un proprio stile di risoluzione dei problemi. La capacità di gestire l'inevitabile stress derivante dalla malattia dipende molto dalle risorse a disposizione, sia esterne (mezzi economici, supporto della rete), sia interne (coesione dei membri, flessibilità del sistema, adattamento dei ruoli e autostima).
Ogni persona come ogni famiglia ha quindi un proprio stile relazionale e una propria modalità di gestione delle situazioni problematiche. Non esiste un elenco di comportamenti “preconfezionati” da adottare, ma un approcciarsi soggettivo con la situazione per trovare l'adattamento più funzionale possibile. •
a cura dott.ssa Alessia Mattei
psicologo