La nascita di un figlio è sempre un avvenimento speciale e positivo, capace però di alterare gli equilibri del neo-genitore e della coppia.
I genitori di figli disabili possono trovarsi a dover affrontare delle difficoltà che suscitano domande del tipo “sarò all’altezza della situazione?”, “riuscirò a far sentire mio figlio amato e apprezzato come vorrei?”. In tal caso non disperiamo, possiamo superare con successo tali difficoltà.
L’arrivo di un bambino con disabilità può disattendere fantasie e aspettative, tanto che la scelta di dare alla luce un figlio può diventare un fattore critico importante per la coppia e per la famiglia stessa. In questo scenario, in cui il vissuto cambia rispetto ad una genitorialità ideale, il modo di pensare, sentire e comportarsi può interferire nella gestione e nella cura dei nostri figli.
La Schema Therapy (un nuovo sistema di psicoterapia ideato da J. Young) si focalizza sul concetto di schema (o trappola) definendolo come un tema formato da emozioni, ricordi, cognizioni e sensazioni fisiche relativi a se stessi e agli altri. Esistono delle situazioni, e/o delle relazioni, simili a quelle vissute in passato, che attivano le nostre “trappole” interiori e che quindi condizionano il nostro modo di agire, sentire e pensare... in questo senso gli schemi ci appaiono come vere e proprie “trappole di vita”. Gli schemi hanno origine nell’infanzia e nell’adolescenza per la frustrazione dei bisogni emotivi del bambino. Si tratta di bisogni universali come il bisogno di sicurezza, autonomia, autostima, espressione di sé, limiti realistici. In principio può essere difficoltoso accettare la diagnosi che ci viene comunicata dai medici; tale evento può andare a sollecitare, quelle che Young chiama la trappola “della vulnerabilità” e “dell’inadeguatezza”: ci sentiremo indifesi, poco capaci di gestire la situazione che ci si prospetta, insicuri. In questi casi è utile darsi tempo, lo sconforto è una reazione normale, abbiamo bisogno di sentire le emozioni che derivano da questa situazione, anche quelle negative, e di capire come adattarci alla situazione.
In alcuni momenti la paura di sbagliare e la preoccupazione di dover gestire qualcosa in cui ci sentiamo gli unici responsabili non ci permette di osservare le risorse a disposizione, di considerare il proprio figlio dal punto di vista del “funzionamento individuale”, ma di sostituirci a lui in tutto.
Proviamo a focalizzarci su ciò che può fare, organizziamo delle attività dacondividere in famiglia, e lodiamolo condividendo la felicità con lui.
Potrebbe anche accadere di sentirci soli, magari perché siamo circondati da persone con figli privi di disabilità e ciò può farci cadere nella “trappola dell’esclusione sociale” spingendoci a pensare di essere diversi dagli altri, di fare cose diverse, di non sentirci parte del nostro contesto sociale.
In tal caso invece sforziamoci di chiedere aiuto, e di accettarlo quando ci viene offerto.
In altri momenti invece ci si sente così spaventati, sfiduciati e con un forte senso di colpa da reagire in modo opposto; ovvero non chiedendo mai aiuto o negando ogni problema come se dovessimo farci vedere sempre forti e capaci di reagire nel modo più funzionale in ogni situazione, come se fosse inaccettabile farsi vedere impreparati.
Alla lunga però la “trappola della vergogna” impedisce di evolversi e costruire una rete personale di figure di aiuto familiari, amicali, professionali e di confronto.
In una situazione già così difficile di per sé, i genitori sono spesso soli di fronte alle domande della quotidianità, diventa così importante poter accedere a un supporto psicologico ed educativo, un piano di sostegno alla famiglia che aiuti a sviluppare le risorse di auto-aiuto nella coppia e con la rete parentale e amicale, senza dimenticare i vissuti, le vulnerabilità e le emozioni del singolo.
a cura dott.sse Annalisa Amadesi,
Irene Giardini, Sara Ottonello
psicologhe, psicoterapeute