Fin dalla nascita, l’essere umano incontra la frustrazione: il neonato esce dall’ambiente ovattato e caldo del sacco amniotico trovandosi al freddo, dovendo cominciare a respirare, provando fame e sete, tutte sensazioni inesistenti prima.
Nascendo, ci si trova quindi immediatamente a fare i conti con la mancanza.
Che cos’è dunque la frustrazione? Potremmo definirla come ciò che sentiamo quando non raggiungiamo quello che vorremmo, quello che ci aspettiamo, quello che desideriamo. La frustrazione fa quindi sperimentare la dimensione del limite. Di solito, se provo frustrazione, subito dopo provo rabbia e questa può essere espressa verso di me o verso l’altro, oppure inibita. In realtà potrei anche sublimarla, ovvero dirigere questa spinta verso un’altra meta, reinvestendo così la pulsione.
Il fatto che ci siano dei limiti è essenziale per due aspetti: perché permette alla società di esistere e perché ci permette di desiderare. Infatti se potessimo avere tutto, smetteremmo di desiderare. Riuscire a gestire la frustrazione è quindi una cosa fondamentale per ogni essere umano.
Un bambino che non imparerà a far questo potrà avere delle difficoltà e un banco di prova importante è l’inizio della scuola primaria. All’interno di questo contesto si troverà infatti a doversi confrontare con dei limiti su diversi piani: il dover star seduti, le verifiche delle maestre, il rispetto delle regole, il confrontarsi con le performance dei compagni, i compiti a casa ecc... Questo potrebbe portare un bambino poco abituato ad avere limiti a reagire, come dicevamo all’inizio, con rabbia, diventando magari aggressivo con gli altri bambini, non riconoscendo il ruolo di autorità dell’insegnante, non riuscendo a stare fermo. Tutto questo a causa della sua difficoltà a gestire la frustrazione.
Come genitori è quindi fondamentale riuscire a dire di no ai nostri figli. Il no introduce infatti la dimensione del limite, ovvero allena il bambino a fargli capire ma soprattutto sentire che, nella sua vita, non potrà avere tutto. Qualcosa gli rimarrà sempre e comunque interdetto, vietato, irraggiungibile.
Esiste tuttavia una condizione per fare questo: potremmo dire no ai nostri figli soltanto se prima lo diremmo a noi stessi. Come posso dire a mio figlio di non usare il cellulare se sono io il primo ad averlo sempre in mano? Vi possono essere una moltitudine di esempi ma il concetto resta sempre lo stesso: come posso dare limiti se sono io genitore il primo a non averli? Non si tratta insomma di dire che cosa è giusto, ma piuttosto di mettere in atto per primi ciò che diciamo essere giusto. Perché l’esempio insegna più di mille parole.
a cura dott. Cristiano Lastrucci
psicoterapeuta