Quante volte vi è capitato di vedere citato in qualche contesto il “Bambino Interiore”? È un termine che può suscitare risposte molto diverse...
Per qualcuno potrà significare un contatto con il desiderio di gioco, leggerezza, spensieratezza, per qualcun altro una sorta di timidezza o chiedersi: ma quand’è che questo Bambino diventa grande??
Bene, iniziamo subito con il dire che il Bambino dentro di noi, o Bambino Interiore, non diventerà mai grande, resterà tale anche quando avremo novant’anni e oltre…e per fortuna! Vediamo insieme perché.
Il Bambino interiore è una parte della nostra personalità che resta sempre bambina e che quindi mantiene in sé le caratteristiche legate al mondo dell’infanzia. E’ l’aspetto di noi che porta nella nostra vita la giocosità, la creatività, l’intimità, lo stupore, il contatto con lo spirito, ma anche il bisogno, la vulnerabilità.
Crescendo in mezzo agli altri, abbiamo dovuto imparare a proteggerci e, nel corso degli anni, si sono sviluppati alcuni aspetti della nostra personalità che in età adulta hanno finito per rendere inaccessibile questa parte perfino a noi stessi, per proteggerla da qualsiasi “pericolo”. E così noi adulti spesso non la sentiamo più: siamo ormai identificati con il mondo dei “grandi”, e pensiamo sia doveroso essere seri, “responsabili”.
Faccio un esempio personale: per la mia mamma era fondamentale che io sorridessi spesso (questo la rassicurava - se io sorridevo voleva dire che stavo bene e che lei era una brava mamma) e spesso mi chiedeva di farle “un sorrisino”. Ben presto nella mia psiche ho cominciato a collegare il mio sorriso al benessere e all’accettazione di chi mi stava accanto: “se io sorrido sono ok e il mondo intorno a me è ok” e crescendo, si è consolidata dentro me la convinzione di essere accettata, benvoluta solo se sorridevo.
Per me il Sorriso era diventata una strategia per muovermi nel mondo con sicurezza e diventata adulta, il meccanismo si era così automatizzato che io non comprendevo più nemmeno da cosa venisse: gli aspetti della personalità che si erano formati per proteggere quella bambina erano gli stessi che in qualche modo la tenevano prigioniera, perché lei andava bene solo se era sorridente.
È comprensibile quindi come dimenticare il bambino che è in noi abbia delle conseguenze nella vita di tutti i giorni, tra cui non riuscire a rilassarci né a gestire lo stress, o prenderci troppo sul serio, non riuscire a giocare con i nostri figli o ancora sentirci in colpa perché non siamo abbastanza bravi, sorridenti, ecc…
Far sì che il nostro bambino interiore possa dialogare con la nostra personalità adulta ci consente di avere un punto di vista più equilibrato su noi stessi e, allo stesso tempo, una maggiore tranquillità mentale ed emotiva che si rifletterà sicuramente sulla qualità dell’amore che saremo in grado di dare anche ai figli “fuori” di noi.
Riconoscere le proprie strategie di adattamento è importante, tali strategie riflettono il nostro mondo valoriale e non sono certo da buttare via: da rielaborare è la convinzione di essere “amati solo se…”.
Il Counseling, grazie alla tecnica del “Dialogo delle Voci” mi ha fatto comprendere che potevo ‘andare bene’ anche se non ero sempre sorridente. E’ stato come prendere per mano la mia Bambina Interiore e dirle che lei andava bene anche quando si sentiva arrabbiata, triste, melanconica o semplicemente non sorridente.
Ritrovare il proprio bambino interiore ci permetterà anche di relazionarci meglio con i nostri figli. In molte situazioni il contatto con loro potrà avvenire in modo molto più diretto, leggero e al tempo stesso efficace: saremo più capaci di essere sensibili a tutta la gamma emotiva, la giocosità, la tenerezza, la vitalità e, soprattutto, l’intimità con noi stessi e con loro.
a cura di Paola Poluzzi
counselor relazionale a indirizzo Voice Dialogue
docente scuola counseling e coaching