Il gioco è un traguardo che passa da testa e muscoli

Spesso si sottovalutano le dinamiche del gioco. Quante volte noi genitori diciamo ai nostri figli “Vai e gioca”?

Eppure il gioco non è un traguardo sempre facile da raggiungere perché, se la pensiamo cosi non stiamo considerando il nostro sistema nervoso.

Due bambini si incontrano al parco: si scrutano a distanza, si avvicinano, si osservano meglio, cercano aspetti comuni e poi, se ci sono le giuste condizioni, iniziano a giocare. Prima ancora che accada tutto questo, a livello neurofisiologico i loro corpi hanno iniziato ad elaborare attraverso i loro sistemi nervosi e sensoriali i dati provenienti dall’ambiente e a valutarne sicurezza e rischio. Stephen Porges ha coniato il termine neurocezione per indicare quei circuiti neurali in grado di distinguere situazioni e persone pericolose da quelle sicure. Questa distinzione avviene al di là della nostra consapevolezza.

Si può “giocare bene” quando la neurocezione segnala sicurezza e promuove stati fisiologici che permettono la socializzazione come ad esempio il rilassamento. Se vengono identificate condizioni minacciose, il nostro sistema si difende con comportamenti di attacco, fuga o freezing, che appartengono ad un sistema neurobiologico difensivo più primitivo. Soltanto in un ambiente considerato sicuro è possibile socializzare.

Una “neurocezione errata”, cioè una valutazione dell’ambiente come pericoloso quando non lo è, porterebbe il bambino ad una reazione non idonea e a comportamenti difensivi, tipici di disturbi psichiatrici, che ne impediscono la socializzazione.

Il gioco è una condizione particolare che richiede l’attivazione simultanea di entrambi gli stati, cioè quello di ingaggio sociale e di attacco\fuga. In altre parole, il gioco permette di contenere contemporaneamente l’aggressività e i comportamenti di difesa. Prendiamo l’esempio di due bambini che giocano a fare la lotta e uno dei due bambini si fa male, mentre l’altro è dispiaciuto per l’accaduto. Cosa succede nel bambino leso? Il suo comportamento non si trasforma in una reazione di “attacco”, perché la preoccupazione espressa dall’altro gli comunica la non intenzionalità, fermando l’attivazione del sistema attacco\fuga e aumentando quello dell’ingaggio sociale. Gesti calmanti, voci familiari e appropriate espressioni facciali hanno un ruolo fondamentale nel contenere reazioni aggressive. I veri protagonisti della socializzazione sono la testa e i muscoli facciali che rendono il nostro viso espressivo contribuendo alla creazione di un’impressione di sicurezza o di fiducia negli altri. A questo punto non dovrebbe sorprenderci l’effetto calmante e rassicurante che può avere un sorriso.

a cura dott.ssa Patrizia Valenti
psicologo, psicoterapeuta