Il passaggio alla materna, tra progressi e paure

Chi è genitore di un bambino piccolo lo sa... non ci si ferma mai, tutto cambia, continuamente, bisogna avere sempre stomaco e cuore pronti all’azione...

La crescita non solo è inarrestabile ma se i bambini vengono lasciati spontanei di essere se stessi, allora davvero gli elementi nuovi e vecchi si presenteranno ad ogni buona occasione, con la frequenza del ritmo del respiro.

Nel passaggio alla materna il cambiamento che ci si prepara ad affrontare è grandioso, i bambini devono aver acquisito quella padronanza di sé che servirà loro a sentire quando è il momento di fare la pipì, quando è il caso di togliere o mettere la giacca, il controllo della voglia di scappare e correre quando invece la cosa giusta da fare è sedersi e fare la pappa, e soprattutto la capacità di autoconsolarsi quando, per il rapporto numerico, la maestra non può dedicare attenzioni esclusive solo a te...

Vista così sembra solo una gran fatica, eppure c’è una parte dentro di noi, istintiva e spontanea che vive queste nuove capacità, queste autonomie come delle grandissime conquiste, siamo abituati a pensare al bambino come ad un individuo la cui sopravvivenza si basa sulla nostra dedizione e sulle nostre cure continue, se questo è essenziale per i primi mesi di vita, e importante per i primi anni, è anche via via una convinzione che deve fare spazio ad altre idee dal secondo anno di vita in poi.

È il momento di fare spazio all’autonomia, a raccogliere i frutti di quella dedizione e di quella cura e vederli sbocciare nella capacità di avere fiducia in se stessi, nella sicurezza che se non c’è nessuno che soddisfa i miei bisogni immediatamente, beh presto ci sarà e non c’è da aver paura nell’attesa.

È il momento di contenere l’ansia dell’intrattenimento continuo, se non ho qualcosa di stimolante da fare subito, aspetterò anche a costo di annoiarmi, e imparerò a gestire la mia esigenza continua di essere stimolato, lasciando spazio ad un vuoto che tanto serve a consolidare concetti e capacità, a sedimentare emozioni scomode che rendono quel vuoto un’incredibile risorsa.

Bisogna lasciare spazio, lasciare lo spazio e il tempo al bambino di essere, di fare da solo, nel tentare, nel fallire e nel riuscire, il bambino costruisce un’idea di sé stesso che condizionerà l’adulto che diventerà.

Bisogna lavorare su se stessi e sulla propria ansia di esserci sempre, sulla voglia di intervenire ad aiutare quando l’aiuto non viene richiesto o quando non è necessario o adeguato all’età e alle competenze già acquisite dal bambino.

Il migliore aiuto che possiamo dare al nostro bambino è quello di essere pronti a farci da parte tutte le volte che sarà necessario, nonostante l’angoscia, i nostri figli sono come dardi scoccati da un arco molto potente, sono destinati ad andare lontani a fendere l’aria, più lavoriamo sulla nostra serenità e sulla nostra consapevolezza, più approfittiamo dell’occasione per riprenderci e ripensare a noi stessi avendo un pochino più di tempo alla volta e meglio andrà il loro volo verso un futuro che apparterrà sempre di più a loro stessi che a noi.

a cura dott.ssa Annalisa De Vincenzo
psicologa, psicoterapeuta

 

A mia madre

In te sono stato albume, uovo, pesce,

le ere sconfinate della terra

ho attraversato nella tua placenta,

fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato

da cellula a scheletro

un milione di volte mi sono ingrandito,

fuori di te l’accrescimento

è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza

senza lasciarti vuota

perché il vuoto l’ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto

così ho imparato nudità e pudore

il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole

a cucchiaini, tranne una: mamma.

Quella l’inventa il figlio sbattendo

le due labbra

quella l’insegna il figlio

Erri de Luca