Ci sono tanti bambini che nascono dalla - nella pan- cia di genitori che li desiderano, li accolgono e che poi li amano. Ci sono altri bambini che non vivono questa straordinaria e vitale possibilità. Bambini che non sono desiderati, non sono accolti, non sono amati.
Bambini che portano dentro di loro la ferita di essere stati abbandonati, una ferita profonda che diverrà cicatrice inscritta nella mente, nel cuore, nelle membra. Vi racconto allora la storia un bambino che ad un tratto scopre che la propria vita familiare si è interrotta da qualche parte e non trova più un punto di origine, né un filo conduttore di continuità affettiva. L’abbandono vissuto nei primi anni di vita di questo bambino, ha a che fare con i concetti di perdita, mancanza, trauma, ferita, vuoto. Concetti duri e pesanti come macigni, profondamente dolorosi e destabilizzanti. Quando il bambino piccolo comincia ad affrontare l’assenza della madre, egli fa la sua prima esperienza di lutto, che in situazioni normali rappresenta il primo passo verso la crescita e l’individuazione di sè. Nella situazione di assenza definitiva materna invece, il bambino deve fronteggiare una separazione forzata, in cui non c’è la continuità affettiva della relazione. Il bambino indesiderato, trascurato e dimenticato vive quindi la separazione dalla madre come un fattore di rischio evolutivo e non come un fattore di crescita.
Questo bambino non si riconosce come appartenente a qualcuno, qualcosa da cui ha avuto origine. A lui sfuggono i motivi che potrebbero aiutarlo a dare un senso a ciò che gli è accaduto; non possiede inoltre la competenza cognitiva e linguistica, necessarie a capire ed esprimere con pensieri e parole adeguate i propri sentimenti. Winnicott afferma che un bambino non può esistere da solo; la sua esistenza è data dal rapporto che costruisce con la figura di accudimento primaria, la quale ha il compito di sostenerlo, contenerlo e aiutarlo nel suo percorso di vita. L’abbandono, per tutti questi aspetti, è un evento estremamente doloroso e traumatico, poichè il bambino è stato lasciato solo proprio dopo essere stato generato, quando era incapace di pensare e provvedere a sé stesso. Questo indifeso bambino si ritrova con un Vuoto nella mente, nel cuore e nel corpo, un vuoto grande e complesso che assume varie sfumature: è il vuoto narrativo, è il vuoto di memorie, è il vuoto di cura, d’attenzione, è il vuoto del contatto corporeo, è il Vuoto dell’Amore.
C’è un punto fondamentale allora in cui si trova il bambino abbandonato: questo è il punto della svolta, della possibilità, della speranza. È il punto in cui il bambino che ha il vuoto dietro, si prepara a diventare figlio di quei genitori che probabilmente hanno un vuoto davanti e scegliendo di accoglierlo nella loro vita, sono pronti a trasformare e riempire questi due grandi vuoti: quello del bambino e il loro. L’unica salvezza per questo bambino è incontrare due persone che gli permettano incondizionatamente di vivere una Vita nuova e vera: una mamma e un papà.
Questi due genitori che lo accoglieranno saranno il ponte tra due terre, quella orig- inaria, in cui regna il caos, la discontinuità evolutiva, la disintegrazione e quella attuale e futura in cui esisteranno l’appartenenza e l’amore. Un ponte saldo e stabile di accoglienza, incontro, ri-nascita e riparazione. Queste parole hanno un suono ben diverso di quelle usate prima, rivelano dolcezza e speranza e al contempo forza ed energia. Questi nuovi genitori potranno aiutare il loro bambino nel delicato processo di ricucitura e riparazione della sua ferita originaria e costruire insieme a lui una rete di significati che diano un senso alla sua storia e alla sua identità, così tanto messe alla prova. La resilienza che ogni bambino abbandonato ha dentro di sé, sarà la spinta che lo renderà capace di resistere al rischio evolutivo in cui è stato immerso e di mettere a frutto i fattori protettivi, che incontrerà e sperimenterà in quello spazio-tempo affettivo finalmente a lui favorevole.
Questo bambino abbandonato, attra- verso la nuova nascita adottiva, vivrà un’ Esperienza d’Amore trasformativa e ripartiva. La costruzione di uno stabile legame affettivo, mentale e corporeo coi genitori adottivi, darà forma così ad una storia d’amore, fatta di nuove memorie autobiografiche da scrivere e narrare insieme, in tre. Adottare, in fondo, è un processo che ogni persona deve compiere se vuole realizzare la dimensione di genitorialità; è irrinunciabile sia nei confronti di un bambino biologico, sia verso un bambino generato da altri. Affinché l’uno e l’altro di questi bambini possano diventare “figli”, è necessario che siano “adottati”, quindi desiderati, amati e accolti incondizionatamente. Questi genitori adottivi non appartengono biologicamente a lui, sì; ma gli appartengono nello spazio affettivo e mentale; non sono i genitori della pancia, ma sono i genitori del cuore. Ecco che il bambino di questa storia, con tempo e pazienza, potrà trasformare quel vuoto freddo di prima, in un nuovo Pieno, incontrando l’Amore che cura e risana.•
a cura dott.ssa Francesca Carcangiu
psicologa, psicoterapeuta