L’altare oscuro: gli psicofarmaci

Cenni storici, rischi, potenzialità tra leciti allarmismi e falsi miti: per una visione ed un approccio equilibrato alla psicofarmacologia. 

Se da una parte la sostanza psicotropa, alla stregua di altri farmaci, agisce sul substrato organico di quello che a tutti gli effetti è “UN ORGANO” come tutti gli altri, il cervello, è altrettanto inequivocabile che il cervello non è ne sarà mai equiparabile ad un fegato.

La specialità assoluta del loro sito bersaglio, la loro capacità di alterare significativamente le funzioni cognitive nel loro complesso, le facoltà del giudizio, la percezione di sé, il sentire a 360 gradi e la vita della coscienza rende l’impiego degli psicofarmaci particolarmente controverso e rende necessaria, a monte di ogni prescrizione ed assunzione oltre che una conoscenza molto accurata e vasta, una riflessione di più ampia portata, non in ultimo di carattere etico, in merito, in molti casi, alla legittimità del loro utilizzo.

E’ bene dunque fare un po’ di chiarezza in un campo da sempre comprensibilmente abitato, talora invaso, da fantasmi di ogni genere e fugare, per quanto possibile, falsi miti dall’immaginario collettivo.

La psicofarmacologia, storicamente, nasce da una serie di “prestiti” dalla clinica neurologica: molte delle molecole ancora attualmente in utilizzo nella psichiatria sono state importate dalla neurologia, a partire dalla constatazione empirica che in posologie differenti quelle medesime molecole, utilizzate per gestire e trattare affezioni neurologiche, erano in grado di rivelare significativa efficacia nel trattamento della psicopatologia in senso stretto.

Un esempio su tutti, forse il più emblematico: il topiramato, impiegato primariamente nel trattamento della profilassi delle cefalee e come antiepilettico in neurologia, venne successivamente adottato dalla psichiatria, non come prima scelta ma come possibilità, anche nella stabilizzazione dell’umore nel disturbo bipolare, dunque in funzione di antimaniacale.

Questo per l’evidente dato di fatto che ciò che agisce sul cervello, agisce concomitantemente anche sulla psiche, non certo ad esso riducibile….su quel delicatissimo dominio che con licenza poetica, accantonata la scienza, possiamo e dobbiamo chiamare ANIMA.

A dispetto del fatto che rispetto alle origini sono state approntate molecole piuttosto agili in termini di tollerabilità, effetti collaterali  ed efficacia, lo psicofarmaco, in senso estensivo, resta un farmaco dall’impatto non trascurabile e, nel complesso,  dal profilo di controindicazioni significativo.

Gli Analettici, meglio noti come antidepressivi o stimolanti,i neurolettici, comunemente  conosciuti come antipsicotici, gli stabilizzanti dell’umore e le benzodiazepine (classe dominante all’interno dei cosiddetti ansiolitici) si rivelano irrinunciabili in talune condizioni cliniche ma hanno senz’altro dei costi e comportano dei rischi di rilievo, che vanno dalla complicazione cardiovascolare, al decadimento delle performances cognitive (in modo particolare la memoria di lavoro), il rallentamento o l’arresto della crescita se impiegati in età evolutiva, sintomi extrapiramidali, per quanto concerne la classe degli antipsicotici, alterazioni importanti della vigilanza e dell’arousal.

La cultura del benessere implica ampliare le nostre conoscenze e avviare riflessioni non pregiudizievoli atte a promuovere un utilizzo coscienzioso del farmaco, inteso quale valido, talora insostituibile aiuto nel trattamento di condizioni psicopatologiche ma non connotato idealisticamente quale “salvatore” o demonizzato quale dispositivo infernale.

La miglior cura per la diffidenza e per la paura è e resta la conoscenza, l’informazione.

Nella clinica psicoterapeutica e psichiatrica di assiste sovente a due condizioni estreme, diametralmente opposte, che in realtà confluiscono nella medesima dimensione di negazione e mancata accettazione del vissuto di malattia:

da una parte è noto come sia difficile in molti casi, dinanzi a psicopatologie croniche, ottenere una compliance (ovverosia un’aderenza alle prescrizione farmacologiche durevole nel tempo) da parte del paziente….

La necessità del ricorso al farmaco viene vissuta dal paziente come ferita narcisistica, come alterazione deformante dell’immagine di un se’ sano che il paziente custodiva di se stesso prima dell’esperienza di cura e può essere lungamente ostacolato dal paziente stesso.

La consapevolezza di malattia è uno spiraglio complesso da aprire nella coscienza ed è un lavoro che in alcuni casi richiede anni, con inevitabile ricaduta negativa sull’efficacia del trattamento.

Dall’altra parte abbiamo invece la tendenza opposta: il rifugio nello psicofarmaco.

Il paziente delega al farmaco quelle che sono e restano le sue responsabilità verso se stesso e verso la sua vita e ripone in esso aspettative magiche, destinate a non essere corrisposte dalla realtà dei fatti.

Manca in tal caso l’ingrediente principale per avviare un percorso personale in grado di poter veramente cambiare qualcosa: l’assunzione di responsabilità verso la propria esistenza, che se vogliamo è il presupposto di base e la conditio sine qua non per qualsiasi processo di cambiamento individuale.

In entrambi le condizioni, di frequentissimo riscontro nella pratica clinica, viene a mancare una reale assunzione di responsabilità e quella presa di coscienza, fatta di accettazione dei propri limiti ma anche di investimento sulle proprie risorse, che soli possono far decollare quel volo umano profondo e vibrante, servito su un vassoio elettivamente relazionale, che è la psicoterapia, idealmente intesa come processo attraverso cui l’uomo “si riappropria di se stesso”.

Su questo ci troviamo spesso a dover lavorare: è dunque evidente come lo psicofarmaco, di per se’, arrivi a rivestire valenze simboliche molto potenti e ad evocare fantasie e fantasmi molto vividi, tanto nel paziente singolo, quanto nella collettività.

E’ dunque importante, prima ancora di conoscere controindicazioni ed effetti collaterali, costruire a monte un approccio corretto alla psicofarmacologia, che dia alla singola molecola il posto ed il ruolo che ha.

Esistono casi, quali la gestione di una depressione clinica acuta a rischio suicidario o ancora il trattamento di psicosi croniche come la schizofrenia, in cui è impensabile procedere senza effettuare una riduzione farmacologica.

Senza un trattamento antidepressivo mirato, che in genere ha una latenza d’efficacia che va dalle 2 alle 3 settimane, approcciare un paziente gravemente depresso con tecniche più squisitamente umanistiche  è assolutamente inutile: nessun depresso grave è in grado di collaborare attivamente e proficuamente ad una psicoterapia e procedere in tal senso potrebbe solo esporlo al rischio concreto di un suicidio riuscito.

La depressione implica una condizione di squilibrio neurotrasmettitoriale ,a livello di sistema nervoso, che non può e non deve essere sottovalutata  e che, in sede d’intervento, ha la priorità assoluta.

Cosi’ come non è possibile effettuare alcuna consultazione proficua con uno psicotico o con un bipolare in fase maniacale acuta senza una preliminare compensazione o riduzione farmacologica.

Ecco dunque che se il paziente perverrà a questa consapevolezza coi suoi tempi, è bene che il curante la possieda già in partenza e ben salda: il farmaco non è un Dio e non è un Demone e nell’approccio alla complessità immensa di sistemi strettamente interdipendenti che l’uomo rappresenta, va concepito come mezzo, mai come fine.

Il più delle volte è anche grazie a terapie ben calibrate e monitorate che noi professionisti della salute mentale di derivazione più umanistica, che operiamo con lo strumento della parola in via elettiva, possiamo intervenire, in seconda istanza, su situazioni esistenziali e cliniche altrimenti inaccessibili.

Ed è cosi che personalmente amo pensare e concepire il farmaco: un aratro che ara una terra sulla quale poi il paziente stesso sceglierà, col suo impegno cosciente e deliberato, di seminare.  

Il contadino è e resta il paziente.

Suo quel giardino, la possibilità di arredarlo o lasciarlo in balia delle erbacce.

Alle sue mani andranno fiori e frutti.

Ed è cosi’ che vi esorto a concepire lo psicofarmaco e voi stessi: come l’unico centro di responsabilità e potere.

Ciò che va evitato invece e questo tassativamente è l’automedicazione con sostanze psicoattive:

non sono poche le persone che riescono a mettere le mani per vie traverse su psicofarmaci per i quali non hanno avuto una prescrizione specifica da adeguato professionista del settore.

Ricordo a tutti che gli antidepressivi, impiegati a piene mani da moltissime adolescenti nell’infondato convincimento che diano energia e aiutino a perdere peso, sono e restano la categoria di sostanze psicoattive più pericolose in assoluto.

Il rischio cardiovascolare è significativo, senza contare quello di andare incontro alla slatentizzazione di una tendenza maniacale sconosciuta al soggetto, assai perniciosa, per finire col pericolo di SINDROME SEROTONINERGICA MALIGNA, ad esito fatale.

Rammentate che l’inappetenza  che si sperimenta nell’assunzione di analettici è perlopiù transitoria ed è determinata più che altro da un processo di adattamento che il corpo mette in atto nei confronti della sostanza esogena (extracorporea): l’effetto anoressizzante sparirà presto e potreste andare incontro, variabilmente, persino ad aumenti ponderali.

Molto è soggettivo nella risposta a queste molecole ma l’effetto paradosso non è infrequente: questo a dirvi che l’impreparazione di base, la mancanza di conoscenza adeguate in materia, giovane età o condizione di sofferenza personale possono portarvi a fare ricorso a queste molecole autonomamente: NON FATELO.

Per nessuna ragione.

Lo stesso impiego delle benzodiazepine come ipnoinduttori (dunque nel trattamento dei disturbi del sonno e dell’ansia) va accuratamente valutato da professionisti, ponderato e monitorato: le benzodiazepine hanno controindicazioni importanti ma soprattutto vanno assunte per periodi di tempo molto brevi, idealmente non superiori alle tre settimane e poi sospese, perché tendono ad innescare dipendenza sulla base di un fenomeno definito di “tolleranza”: con l’andar del tempo vi troverete nelle condizioni di necessitare di dosaggi sempre più alti del farmaco per ottenere l’effetto desiderato, avendo voi sensibilizzato i vostri circuiti neurali alla sostanza.

Nel concreto, se non utilizzate in modo controllato e giudizioso, vi indurranno una dipendenza ed un’insonnia dai caratteri ben più severi!!!

Ma si faccia attenzione: questo non è un portato del farmaco in se’ quanto di un uso incongruo ed irresponsabile dello stesso.

Per quanto concerne l’età evolutiva, fatta eccezione per patologie squisitamente neurologiche ed una manciata minoritaria di condizioni neuropsichiatriche (ivi ricompreso l’ADHD) la psicofarmacologia è caldamente sconsigliata.

Il sistema nervoso centrale rimane in una condizione di plasticità (plasticità neuronale) protratta nel tempo: questo implica che lo sviluppo del sistema nervoso si completa in realtà in fasi molto avanzate nella crescita.

L’impiego di sostanze psicoattive su un sistema nervoso in formazione può avere conseguenze pericolosissime ed infatti le linee vigenti sono giustamente restrittive in tal senso.

L’impego di psicofarmaci sui bambini in affezioni di natura psichiatrica e psicologica è, in Italia, piuttosto regolamentato ed ispirato al principio dell’ “estrema ratio”….si procede in tal senso solo nel caso in cui sia strettamente indispensabile, dopo un accurata anamnesi della storia clinica del bambino e attraverso un bilancio attento dei costi e dei benefici, assicurando al bambino, con un monitoraggio costante e cadenzato, un margine di rischio virtualmente bassissimo.

Non è lo psicofarmaco in se’ a dover essere temuto quanto un utilizzo indebito dello stesso: da considerarsi illecito il ricorso agli psicofarmaci come strumenti di ingegneria e controllo sociale, di contenimento interpersonale.

E’imprescindibile che a monte che sussista un rapporto di fiducia e stima nei confronti del curante, in assenza del quale vengono meno i presupposti di un setting sufficientemente buono.

Se il vostro riferimento non vi ispira fiducia, rivolgetevi con risolutezza a qualcun altro.

Sfatiamo intanto un falso mito dell’ideale collettivo che ha fornito molte munizioni, sparate più o meno a ragion veduta, contro i servizi sanitari e i professionisti di salute mentale: 

un bambino affetto da ADHD non è semplicemente un bambino vivace!!!

Nessun professionista consiglierebbe la riduzione farmacologica come misura di controllo del comportamento di un bambino esuberante!

Che l’America abbia ecceduto nella farmacologizzazione è ben noto a noi tutti.

Che interessi economici muovano, nelle stazza arcigna dei colossi delle case farmaceutiche, nella direzione indesiderata di una medicalizzazione crescente è indubbio ma è importante non perdere la lucidità e l’equilibrio.

E’ importante rimanere capaci di condurre valutazioni obiettive, in primis nell’interesse dei nostri figli, rimanendo asciutti, sul bagnasciuga di ogni sensazionalismo giornalistico.

 Non ne deriviamo che i professionisti della salute mentale in assoluto lanciano pillole addosso ai bambini per sport.

Per il semplice fatto che non è cosi’: ribadisco inoltre che la legislazione, la situazione economica e non ultimo il clima culturale italiano è ben diverso da quello americano e credo di poter affermare senza tema d’eccesso che all’Italia tutto si puo’ rimproverare tranne una politica di sperimentalismo selvaggio o di anarchico progressismo.  

Mi sento in tal senso di rassicurarvi genitori cari: lo psicofarmaco non diventerà mai una prima scelta nel trattamento dell’età evolutiva e questo non solo per evidenti ed immediate considerazioni di carattere etico ma anche sulla base di evidenze scientifiche che non depongono a favore di un uso estensivo degli stessi in questa età della vita.

Alcune molecole in uso per gli adulti sono letali se somministrate ai bambini, altre ne possono arrestare lo sviluppo, alcune sono in grado invece di essere tollerate con una collateralità minima ed accettabile se considerato soprattutto l’aspetto prognostico e le implicazioni di certe patologie sulla qualità della vita del bambino e del futuro uomo.

Le valutazioni da fare sono moltissime e tutt altro che semplici; ogni coscienzioso professionista non mancherà di effettuarle e, se necessario, di discuterle con voi con la massima onestà ed apertura.

La conoscenza e l’informazione, genitori, sono e restano gli antidoti migliori deputati ad esorcizzare ansie e paure.

Oggi lo spirito che orienta i professionisti della salute mentale, tutti, è olistico.

La visione dell’uomo ha raggiunto debiti livelli di complessità e si è pervenuti a cogliere l’intima correlazione, l’intreccio complesso che rende l’uomo la creatura in assoluto più sofisticata di tutte:

la mediazione della PSICOSOMATICA in tal senso è stata fondamentale, nell’arrivare a concepire un sinolo inscindibile di corpo e mente,  nel cogliere evidenza empirica circa la capacità dell’esperienza vissuta di modificare concretamente i circuiti neurali, di rinforzarne alcuni e di indebolirne altri; nel cogliere e decodificare i linguaggi polimorfi con cui, sul piano fisico, si denunciano le angustie psichiche.

Oggi siamo consapevoli di quanto tangibile e corporea sia l’anima e di quanta anima pulsi immediatamente sopra e sotto il livello della pelle: a partire dalla presa d’atto di tanta complessità, propria del suo oggetto di studio, è stato e sarà inevitabile ,nelle varie professioni di aiuto, mediche e non,  procedere verso gradi di integrazione e sinergia crescente.

Con simpatia

Dott.ssa Sabrina Anastasi 
psicologo clinico