“Il periodo di reggenza di un Re, sorge e tramonta come il sole...Un giorno Simba, il sole tramonterà su tuo padre...E sorgerà con Te, come nuovo Re!”tratto da il film “Il re Leone”.
Il film “Il Re Leone” non è una semplice animazione per bambini firmata Disney. È molto di più. Vengono trattati con grande maestria argomenti molto complessi come la vita e la morte, i ruoli e le funzioni genitoriali, il lutto e il senso di colpa post-traumatico, l’amore e l’amicizia, ma in particolare il fulcro attorno a cui ruota tutto il film è certamente il concetto di ciclicità della vita. Tutto inizia, finisce, e ricomincia.
Quando nasciamo, entriamo a fare parte di una rete sociale e relazione che è già stata tessuta da tutte le generazioni che ci hanno preceduto. Pertanto, nulla in realtà è cosi asetticoper il nascituro (anche se lui questo ancora non lo sa). È con la sua nascita che tutto ha inizio ed ogni cosaviene esperita, sentita, memorizzata attraverso le sue relazioni, in primiscon le sue figure di accudimento principali e poi con gli altri significativi che incontrerà crescendo e diventando adulto. Fin ad ora, egli ha potuto sperimentare un solo ruolo sociale, quello di figlioin relazione ai suoi genitori, ma non appena diventerà, per esempio, padre apprenderà un altro nuovo ruolo, quello di genitore in relazione sia a suo figlio, che alla sua famiglia d’origine e a quella più allargata (suoceri, parenti di diverso livello). Pertanto, il ruolo genitoriale viene appreso.
Tuttavia, c’è una bella differenza tra diventare genitori ed esserlo, poiché se nel primo caso il ruolo viene appreso come conseguenza diretta della nascita del bambino, nel secondo caso si sottintende l’inizio di un lungo processo di consapevolezza, di mentalizzazione del bambino, di adattamento e cambiamento non affatto scontati! La complessità e la durata di tale processo derivano soprattutto dalla difficoltà nella persona ad integrare i due ruoli: essere sia figlio, che genitore.
Quanti di noi, diventando genitori, hanno pensato intimamente o esplicitato direttamente “con mio figlio non farò mai quello che facevano i miei" ... Per poi scoprire di farlo comunque!?
Onestamente, credo proprio tutti. Ma questa domanda non deve essere interpretata come un tranello o qualcosa di negativo. Al contrario, dimostra il confronto che avviene dentro di noi, tra le nostre parti interiorizzate, quelle bambine e quelle genitoriali. Vediamo nello specifico con questo cosa s’intende: quando guardo mio figlio, attuo inconsapevolmente un gioco continuo di confronti e proiezioni che non vedono come protagonisti soltanto me e lui, ma anche il me-bambino(interiorizzato) con il mio bambino (reale) e il me-genitore(ruolo acquisito) con i miei genitori(interiorizzati). Sulla base di questi confronti, spesso valutiamo il nostro operato come genitore e la felicità o infelicità di nostro figlio.
E qui viene la parte più delicata! In altre parole, quella capacità di mettere un giusto confine tra i due bambini, cioè tra quello interiorizzato e quello reale, poiché diversamente si rischia, in qualità di genitore, di rispondere ai bisogni del primo, confondendolicon quelli del secondo.
Esercitiamoci allora nel domandare a noi stessi "per chi lo stiamo facendo?" Quando offriamo ai nostri figli un’attività sportiva o gli chiediamo di imparare a suonare bene uno strumento, conoscere tante lingue, avere ottimi risultati a scuola… per chilo stiamo facendo?! Lo facciamo davvero per il suo benessere e la sua crescita o sentiamo dentro di noi una sorta di rivincita o riscattoper tutto quello che non abbiamo avuto dai nostri genitori?
Questo tipo di ragionamento può essere molto utile per non confondere bisogni molto diversi, perché nascono proprio da bambini ... molto diversi.
di Patrizia Valenti
psicologa, psicoterapeuta