“Aiuto con la mia fondazione Onlus Movimento Bambino”

«Non ho avuto e non ho voluto figli – confessa Maria Rita Parsi – ce ne sono troppi da sostenere sulla terra».

Come Maria Rita Parsi è diventata Maria Rita Parsi? Tutto nacque dalla lettura de La piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen, una fiaba che a Maria Rita Parsi bambina non piacque affatto. Fu la nonna a spiegarle

che non sempre si hanno le energie per reagire e che la piccola fiammiferaia avrebbe avuto bisogno di aiuto. Fu l'inizio di una missione: mettersi dalla parte dei più piccoli e fragili, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Dottoressa, quando ha capito che sarebbe diventata psicoterapeuta?
«L'episodio de La piccola fiammiferaia è stato fondamentale. Risale a quando ero molto piccola e vivevo coi nonni. Di fronte a quella lettura, rimasi pietrificata. Stimolata più volte, reagii letterale: "Questa bambina è proprio una cretina, non poteva alzare le chiappe invece di farsi portare in cielo dalla nonna"? Mia nonna mi mandò in cameretta a riflettere. Poi mi sgridò per la terminologia usata, certe parole in casa erano proibite, e mi spiegò che molte persone non trovano la forza di chiedere aiuto quando si sentono sole e abbandonate. Mi sentii cattiva e provai dolore per quella mia coetanea. Pensai che avrei dovuto trovare un modo per aiutare le persone che non ce la fanno»..

E quale modo trovò?
«Decisi che sarei diventata un'insegnante. Prima ancora di laurearmi in Lettere e filosofia con una tesi in sociologia con i luminari Ferrarotti e Antiochia, iniziai a fare delle supplenze alle scuole medie. Quel periodo mi è rimasto nel cuore, anche ora che insegno all'università».

Quando arrivò l'interesse per la psicologia?
«Mentre frequentavo Lettere. A quei tempi non c'era né la facoltà di Psicologià né l'albo degli psicologi. Abbiamo lottato molto per ottenerli. Cominciai a fare analisi e il mio mentore e primo ispiratore fu Cesare Musatti che mi mandò da Emiliana Mazzonis, che era un'eminenza all'interno della società psicanalitica freudiana: aveva lavorato con Melany Klein e Anne Freud. Studiai con lei 5 anni. Ho sempre lavorato terapeuticamente anche su di me e ho seguito percorsi collaterali alla psicanalisi. Mi sono specializzata in diverse discipline: in sessuologia con Jole Baldaro Verde, che è stata un'altra mia grande maestra e in psicoanimazione assieme a Francesca Morino Abbele. Devo molto anche agli insegnamenti di neuropsichiatria di Fabrizio Di Giulio. Tutti i titoli che ho acquisito mi hanno permesso di iscrivermi, quando è stato istituito, all'albo».

Si ricorda la seduta con il primo paziente?
«Non mi piace utilizzare il termine paziente; preferisco allievo. La mia dimensione è interdisciplinare, l'ho appresa al Centro studi di Umanologia di Roma fondato da Michele Festa: alla psicologia e alle varie forme di psicoterapia si accompagnano l'antropologia, la sociologia, la pedagogia, la filosofia, la bioenergetica (...). Con questo approccio olistico, nel 1974 fondai la cooperativa di servizi e produzioni culturali del collettivo G (G stava per Gramsci) con la quale lavoravamo nelle periferie della città, da San Basilio a Centocelle. Le prime esperienze le ho fatte unendo la competenza scolastica a quella psicoterapeutica, facendo molta prevenzione con bambini e ragazzi. Ne sono nati due libri: Animazione in borgatae Lo scarico. Quella cooperativa è stato l'embrione dell'attuale Fondazione Movimento Bambino onlus».

In cosa consiste la sua tecnica "La principessa degli specchi"?
«È una tecnica grafico-proiettiva di approccio bioenergetico e psicoanimatorio al corpo. È composta da immagini-stimolo da scegliere e completare e fiabe da inventare. È molto utile alla conoscenza di sé e del proprio bambino interiore». 

Intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

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