La cultura (nel senso etimologico del termine, colêre, ovvero coltivare) familiare svolge una funzione fondamentale nella crescita di un figlio.
Ogni famiglia trasmette ai suoi membri la propria cultura, ovvero l’insieme delle credenze, norme, vissuti e tabù che si tramandano di generazione in generazione all’interno di essa.
Ognuno di noi porta con se questi retaggi che, molto spesso, vengono passati ai propri figli inconsapevolmente. Quante volte vi siete trovati a ripetere o volutamente a non ripetere con i vostri figli azioni o pensieri che provenivano da figure fondamentali della vostra infanzia?
Nelle chiacchiere comuni si sente spesso dire “Anche io da piccolo ero come lui/lei”, riferendosi al figlio, quasi come se si trattasse di un “marchio di fabbrica”, di una genetica caratteriale che si tramanda. Quello che si tramanda, oltre al patrimonio genetico, è il patrimonio culturale, non nel senso del sapere, ma nel senso di tutto quello che nelle mie relazioni primarie mi ha segnato profondamente e che ha indirizzato la mia vita nelle scelte più importanti.
È a partire da questo humus che coltiviamo i nostri figli ed è da lì che loro trarranno spunto. Nessuno di noi ha potuto scegliere questo humus, ci è stato dato, proprio come ai nostri figli. Quello che si può fare è imparare a riconoscere il proprio e cercare di trasmettere soltanto quello che pensiamo possa veramente avere un valore.
Questo necessita certamente di un lavoro, ovvero di dedicarvi tempo ed energie, elementi necessari per coltivare una relazione e che i figli possano riconoscere come valore. Si deve quindi dedicare loro la nostra presenza, la nostra cura, affinché possano nutrirsi, non tanto di un sapere, ma della nostra attenzione nei loro riguardi in quanto individui unici.
La cultura familiare è inoltre certamente influenzata dalla cultura della società in cui essa è immersa, la quale, nel nostro caso, da sempre maggior valore all’efficacia ed all’efficienza, facendoci così correre il rischio di considerare anche le relazioni in questi termini. Si fanno sempre più cose, si è incalzati, il tempo, in senso cronologico, è sempre poco. Si è di fretta. Difficile resistere a questo turbinio ed il rischio è di non avere tempo per i figli, anch’essi spesso iper impegnati.
La cultura familiare troverebbe invece terreno più fertile nell’uso del tempo cairologico, ovvero il tempo del momento opportuno, che ci permette di avere la testa lì dove siamo e non altrove. Un tempo che, pur nella difficoltà, è responsabilità di noi genitori riuscire a trovare.
a cura dott. Cristiano Lastrucci
psicoterapeuta