Essere genitori oggi è un viaggio da eroi. Ecco come essere guida per i propri figli fra competenze, fatica ed eroismo dimenticato

Essere genitori oggi è più complesso che mai. Scopri perché la genitorialità moderna è così impegnativa e come affrontare stress, emozioni e sfide quotidiane per costruire una relazione positiva con i tuoi figli.

Hollywood ci ha mentito. Anni e anni d'infanzia passati a meravigliarsi davanti all'arco narrativo dell'eroe — quel personaggio simpatico cui ti affezioni subito, che suo malgrado deve affrontare sfide e peripezie per diventare la migliore versione di sé e ottenere il lieto fine.

Neanche una di queste storie mostra un eroe che diventa genitore come viaggio dell'eroe.

Di solito, anzi, quello fa parte del lieto fine, il momento in cui ti puoi riposare, sederti sugli allori, goderti il tuo vissero-per-sempre-felici-e-contenti.

Ci hanno sfalsato tutte le aspettative.

Questo contenuto? È Certificato!

Se sto scrivendo qui, sul blog e sulla rivista etica per Genitori, è perché l’Ente italiano “Bambini & Genitori”, la prima Community NOprofit nel panorama educativo nazionale, ha certificato l’etica di quello che stai leggendo.

Grazie al suo Comitato Scientifico, che vede nomi autorevoli come Paolo Crepet, Alberto Pellai e Daniele Novara veri luminari sull’educazione genitoriale; ha ritenuto che questi contenuti seguano le linee-guida educative del terzo millennio, siano pedagogicamente corretti e propedeutici allo sviluppo degli adulti di domani, quindi buon proseguimento!

Il mito del genitore perfetto: un'aspettativa irrealistica

Non so puntare il dito su un momento di risveglio preciso — quello in cui l'eroe riceve la sua chiamata e il viaggio diventa inevitabile. Forse quella volta in cui mi sono accorta di quanta rabbia avessi dentro ogni volta che mia figlia si rifiutava di fare il pisolino.

Io, che mi vantavo di andare d'accordo con tutti e non arrabbiarmi mai.

Io, che ho sempre desiderato una famiglia numerosa e una casa sempre in movimento; io, che adoravo la mia bimba e guardandola mi sentivo riempire di amore e fierezza da scoppiare — ero capace di provare una rabbia altrettanto dirompente nei suoi confronti, e per cose sciocche. Rendermi conto di questo è stato come uno schiaffo.

Da dove viene questa rabbia? Cosa ne faccio?

Schiacciata tra il desiderio di diventare una guida positiva e le voci intorno che mi ripetevano "così ti fai mettere i piedi in testa, vedrai quando avrà 15 anni", è cominciata la mia ricerca del Santo Graal della felicità domestica in tempi moderni.

Perché essere genitori oggi è più difficile?

Cominciamo dall'inizio. Fare da guida in un viaggio è fantastico, perché dai tu il "gusto" all'intera esperienza; ma è anche un grande dispendio di energia rispetto a chi "si fa trasportare".

Fare da guida richiede:

  • preparazione,
  • curiosità,
  • flessibilità,
  • visione,
  • Capacità ad accogliere di buon grado eventuali lamentele e proteste,
  • restare in ascolto,
  • adattare la tua idea a quella degli altri.

Diventare genitori è un mestiere a vita, che facciamo full time mentre svolgiamo anche altre funzioni — il nostro lavoro, sistemare casa, spesa, cucina, compiti.

Non ho bisogno di farti l'elenco: siamo già stanchi solo a ricordarcelo

La solitudine della genitorialità moderna

A tutto questo si aggiunge un contesto sociale che non semplifica le cose. Il confronto costante sui social media, dove la polarizzazione tende ad amplificarsi e i giudizi sulle scelte genitoriali abbondano, ha eroso quella rete di comunità informale che un tempo assorbiva parte della fatica.

I genitori sono spesso soli a portare un peso che un tempo veniva distribuito.

Non è nostalgia: è un dato di contesto. E cambia le condizioni in cui si fa questo lavoro.

Il paradosso dell'informazione: sapere tanto non significa fare meglio

Il secondo ostacolo sul percorso del nostro eroe moderno è quello delle aspettative.

Il vantaggio di avere alle spalle decenni di ricerca tra neuroscienze, psicologia, pedagogia e sociologia — tutto divulgato e relativamente accessibile — si è trasformato, paradossalmente, in un peso. Se un tempo si faceva come veniva, adesso da noi stessi e dagli altri pretendiamo molto di più. La posta in gioco si è alzata. Il nostro eroe porta sulle spalle il peso del mondo.

E qui sta la trappola più sottile, quella che nel mio lavoro di coaching vedo più spesso: sapere non è la stessa cosa che riuscire a fare. Possiamo avere letto tutto sulla comunicazione non violenta, sull'intelligenza emotiva, sul cervello in sviluppo dei bambini — e ritrovarci comunque a urlare dopo una giornata in cui non ci siamo fermati un secondo. Non è mancanza di impegno.

È che cerchiamo di applicare qualcosa di nuovo nel momento peggiore possibile: quando le risorse sono esaurite. I nostri automatismi — quelli costruiti in decenni di vita, spesso a partire da modelli genitoriali molto diversi da quello che cerchiamo di incarnare — prendono il sopravvento esattamente quando siamo sotto stress. Non si tratta di dimenticarsi di essere genitori consapevoli: è che in quel momento il cervello non ha le condizioni per esserlo.

La scena che ogni genitore conosce bene

Arrivi a fine giornata, con i residui delle tue forze, sognando quel fantastico momento di complicità con i tuoi figli. Davanti a te, trovi invece bambini che non hanno nessuna voglia di leggere la storia, e che piangono disperati non appena chiedi loro di andare a lavarsi. Quella è la battaglia.

  • L'eroe dimentica i buoni propositi, le fantastiche tecniche pedagogiche, e si ritrova suo malgrado fuori dai gangheri, per poi passare la serata sconsolato a rimproverarsi per aver buttato via quel prezioso tempo insieme.
  • L'eroe non vede ancora, in quel momento, il vero problema: sta cercando di applicare qualcosa di nuovo, quando non ha le risorse per farlo. I suoi automatismi si sono modellati su esempi completamente diversi, e quando prova a cambiare, lo fa sempre in situazioni di grande stress, tanta fatica e poco supporto.

Destinato a fallire, a riprodurre per l'eternità lo stesso ciclo?

No. Ma serve cambiare prospettiva su cosa significhi "fare bene" questo lavoro.

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Come diventare una guida più consapevole per i propri figli

  1. La fatica non è il segno di un fallimento.

Immagina tua figlia che ti urla di lasciarla in pace. Tuo figlio che a nove mesi lancia costantemente il cibo per terra. Tutti comportamenti comuni, tutti emotivamente logoranti. L'allenamento non è arrivare a trovare queste cose facili o entusiasmanti. È imparare a riconoscere la fatica emotiva che proviamo in queste situazioni, e metterci in pausa. Riformulare il significato che implicitamente diamo loro. Passare da "evidentemente sto sbagliando tutto" a "chissà cos'è che gli fa fare questa cosa — e cos'è che me la rende tanto faticosa".

Quella domanda apre uno spazio. E in quello spazio c'è la differenza tra reagire e rispondere.

  • Il modello che trasmettiamo non è quello che insegniamo, ma quello che siamo.

C'è una buona notizia in tutto questo, ed è una delle più sottovalutate: il lavoro che facciamo su noi stessi non è solo riparativo. È il modo più diretto per cambiare quello che trasmettiamo ai nostri figli. I bambini non imparano da quello che diciamo loro. Imparano da come ci vedono stare nel mondo — come gestiamo la frustrazione, come riparare dopo un conflitto, come chiediamo scusa, come ci prendiamo cura di noi stessi. Ogni volta che un genitore si ferma, respira, e sceglie una risposta diversa dall'automatismo — anche imperfettamente, anche dopo l'esplosione — sta insegnando qualcosa di molto più potente di qualsiasi tecnica comunicativa.

  • Farsi accompagnare dovrebbe diventare la normalità.

Conosci forse qualche eroe che riesce nella sua missione completamente da solo? Nel racconto classico, l'eroe ha sempre una guida, un mentore, una comunità. Eppure nella genitorialità contemporanea chiedere supporto viene ancora vissuto come ammissione di debolezza.

Non lo è. È pragmatismo. È difficile vedere certi meccanismi quando li si vive dall'interno — la vicinanza emotiva che ci rende genitori amorevoli è la stessa che ci impedisce di osservarci con lucidità. Uno sguardo esterno, un contesto di supporto, uno spazio in cui non essere soli con la fatica: non sono lussi. Sono strumenti.

  • Questo è un work in progress senza destinazione finale.

Non esiste un livello massimo in cui possiamo smettere di guardarci dentro, capirci meglio e imparare dai nostri errori. Il mondo cambia, noi cambiamo, i figli crescono, e la vita continua a porre davanti a nuove sfide. Raggiungere la perfezione genitoriale non è un traguardo realistico — né, a ben guardare, desiderabile. Prenderci uno spazio di "pulizia interiore" dovrebbe diventare un'abitudine comune quanto farsi la doccia. Non perché siamo rotti e dobbiamo sistemarci, ma perché è così che funziona la crescita.

L'eroe imperfetto

Il viaggio dell'eroe genitore non ha il lieto fine di Hollywood. Non c'è un momento in cui tutto si sistema, i figli obbediscono, e noi smettiamo di sbagliare.

C'è invece qualcosa di più realistico e, a mio avviso, di più bello: la possibilità di costruire, nel tempo, una relazione in cui l'imperfezione è parte del paesaggio, non l'eccezione vergognosa.

In cui sbagliare e ricucire è normale quanto sbagliare e ricominciare. In cui i figli imparano non da genitori perfetti, ma da genitori che si guardano, si correggono, e restano presenti.

Questo è il viaggio. E vale la pena farlo.

Un ultimo consiglio per il tuo educare

Dai un’occhiata anche agli altri articoli che ho realizzato per “bambini e genitori”: nel blog e nelle riviste etiche trovi centinaia di contenuti autorevoli della nostra Comunità Educante, strumenti concreti e riflessioni pratiche per gestire al meglio la relazione genitori-figli, come questo: Che valore ha la velocità?

CLIO FRANCONI
consulente genitoriale, facilitatrice certificata in Disciplina Positiva

CONTATTI web: parent-smileandgrow.com

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