Bambini e balbuzie…

La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo, a causa di involontari arresti, ripetizioni o prolungamenti del suono.

Nella balbuzie agiscono diversi fattori: genetici, psicolinguistici e psicologici. Genetici, perché si è visto che se entrambi i genitori sono balbuzienti il figlio ha una probabilità del 70% di esserlo. Psicolinguistici, perché nei soggetti che presentano balbuzie spesso si riscontrano ritardi o difficoltà nelle varie componenti del linguaggio (fonetica-fonologiasintassi ecc.). Psicologici, perché l’ansia può accentuarne la sintomatologia.

L’età media d’insorgenza del disturbo è tra i 2 e i 5 anni e si può manifestare in vari modi. In forma tonica, caratterizzata in modo prevalente da blocchi udibili o non udibili; in forma cronica con ripetizioni di fonemi e parole; o in forma mista.

Elemento comune alle diverse forme è l’alterazione del ritmo della respirazione; l’inspirazione si presenta troppo rapida e l’espirazione è irregolare, a scatti e con apnee.

Potremmo paragonare la Balbuzie ad un Iceberg, con una parte visibile e una parte invisibile. Il disordine di linguaggio è la punta dell’iceberg mentre la parte sottostante è relativa a problemi della sfera emotivo-relazionale, generati da atteggiamenti vissuti che si ripercuotono sul linguaggio e sulla strutturazione della personalità. Un insieme di paure, disagi e sensi di colpa legati alla propria incapacità di parlare in modo fluente.

La balbuzie è quindi un disturbo che condiziona negativamente la comunicazione e con essa la relazione e l’intero sviluppo di chi ne è affetto. Nell’80% dei casi si registra nel tempo una remissione spontanea del sintomo entro l’età dei 5 anni nel restante 20% il disturbo si struttura.

E’ estremamente importante non interrompere il bambino mentre parla, né anticiparlo o sostituirsi a lui nel completamento della parola o della frase; ricorrere a domande aperte che permettono al bambino di esprimersi maggiormente rispetto alla domanda a risposta chiusa; non chiedere al bambino d’impegnarsi maggiormente nel parlare o respirare profondamente, in quanto sta già parlando al meglio delle sue possibilità. Sollecitarlo non fa altro che alimentare una tensione sulle sue difficoltà.

Il bambino impara attraverso l’osservazione di modelli. Se desidero che parli più lentamente, invece di dirgli ”parla lentamente, devo iniziare a parale lentamente con pause, fornendogli così un modello corretto di comunicazione da imitare.

a cura dott.ssa Morena Manzini
logopedista, counselor relazionale