Poiché in questo numero parliamo di sport, ho pensato sia utile affrontare questo tema secondo una prospettiva che ho già trattato in altri numeri della rivista, ovvero l’Estroversione e l’Introversione.
Lo abbiamo visto dalla prospettiva dei bambini e anche dalla prospettiva dei genitori. Ora questo terzo aspetto va a completare e integrare gli altri, fornendovi, mi auguro, una piccola mappa che vi aiuti a scegliere avendo più chiavi di lettura a disposizione. I termini Estroverso ed Introverso sono entrati facilmente nell’uso comune, anche se la loro definizione non è antichissima: la si deve a Carl Gustav Jung, che li pone come elemento costitutivo del funzionamento psichico, insieme ad altre funzioni che magari esamineremo nei prossimi numeri. Il carattere estroverso si ricarica di energia nel mondo esterno: con gli altri, con l’azione, con il gruppo. Il carattere introverso invece si ricarica nella solitudine, oppure con poche e selezionatissime persone. Abbiamo già visto come questa caratteristica possa essere sfidante, per il genitore che ha la funzione opposta come primaria - ovvero il genitore estroverso di un bambino introverso, o il contrario.
Studi nel campo delle neuroscienze hanno mostrato che diversi neuromediatori hanno concentrazioni diverse nel cervello degli introversi e degli estroversi, mostrando una maggiore attività negli introversi e una ridotta negli estroversi. In particolare, vi sono differenze evidenti nel sistema di attivazione reticolare - un insieme di fibre nervose tra il tronco cerebrale e il cervello, che ha a che fare con l’attenzione e la consapevolezza.
Sottolineo questi dati perché il dato neurobiologico offre una comprensione e anche una accettazione migliore di atteggiamenti che a volte possono essere scomodi per il genitore che “funziona” diversamente. Questa lunga premessa serve per iniziare a rendersi conto che un bambino estroverso ama i giochi sportivi sociali, con i contatti che creano, hanno bisogno di comunicazione e di performance. I bambini introversi si consumano, energicamente, negli sport di gruppo mentre possono eccellere o comunque trovarsi molto meglio nelle attività sportive individuali.
Là dove il genitore ha la stessa dominante, probabilmente è più facile sostenere il figlio nella ricerca dello sport adatto; là dove la dominante è opposta a volte la spinta è legata al bisogno di “aiutare” il figlio a… trasformarsi - secondo una esigenza che il figlio non ha. Al di là di questo, certamente lo sport aiuta i bambini a padroneggiare meglio corpo ed emozioni nelle situazioni di pressione psicologica, anche se questo terreno è delicato perché la paura della prestazione, se da un lato può - a livello leggero - aiutare a far emergere una forza interiore importante, se invece diventa troppa può portare il bambino ad abbandonare l’attività sportiva per la paura di non essere all’altezza. Di fatto le attività sportive sono tutte finalizzate alla competizione, grande o piccola che sia, e questo punto delicato va considerato con cura. La chiave “estroverso – introverso” è certamente utile anche in questo senso... buona scelta a tutti!
a cura dott.ssa Franca Errani
counselor relazionale, direttrice scuola counseling “InnerTeam”