E’ sempre giusto attenersi ai fatti? Come raccontare ciò che ci circonda in maniera costruttiva per la loro crescita?
Quante volte noi genitori siamo caduti in tentazione di non riferire o dare una informazione parzialmente vera ai nostri bambini per la paura di qualcosa?
Paura di ferirli troppo o peggio, traumatizzarli; paura che non possano comprendere appieno il significato dell’evento in sé perché troppo piccoli; paura di non essere in grado di contenere la loro reazione emotiva; paura di creare un grande problema proprio parlandone laddove ci sia solo un problema…
La paura spesso orienta le decisioni genitoriali e non si può certo considerare una bussola affidabile! O almeno, non in questo caso. Eventi ‘avversi’ e imprevedibili come lutti familiari, separazioni e divorzi, incidenti e malattie sono tutti particolarmente dolorosi da affrontare, perché spesso capitano all’improvviso travolgendo come uno tsunami la quotidianità di un bambino e di chi lo circonda. Essi vanno certamente ad influenzare il suo equilibrio, alterando però solo momentaneamente comportamenti e stati emotivi, in attesa poi di essere elaborati e “digeriti”.
L’aspetto dell’avvento avverso che, a mio avviso, destabilizza maggiormente il bambino non è solo il contenuto dell’informazione, quanto il comportamento del genitore di fronte all’evento stesso.
Ricordiamoci sempre che il bambino ci osserva silenziosamente e ci imita. Pertanto, se il genitore avrà paura di riferire qualcosa al bambino, questi lo capirà ugualmente attraverso un complesso sistema di comunicazione non verbale fatto interamente di non detti, appunto: sensazioni, toni di voce diversi, sguardi diversi, atteggiamenti diversi, atmosfere famigliari diverse.
Lo capirà attraverso la discrepanza che sentirà tra “l’allarme” generale e un ridottissimo accesso ad informazioni e spiegazioni in grado di fargli comprendere l’accaduto.
Questa discrepanza genererà non solo ansia in lui, ma anche una sensazione di poca affidabilità nei confronti dell’adulto, che da quel preciso momento smetterà di essere un riferimento positivo e protettivo, diventando qualcuno da cui guardarsi e prendere le distanze.
Molti miei pazienti ricordano per esempio con grande ansia l’atmosfera a casa, in particolare al rientro da scuola… eppure non hanno mai assistito ad una solo litigata dei loro genitori!
Altri invece ricordano con grande dolore il silenzio in casa oppure lo sguardo serio e cupo di un adulto. Questi sono tutti indicatori non verbali che fanno presupporre un’idea di cambiamento rispetto ad un “prima”: sono tutti segnali che indicano la concretizzazione di un evento traumatico e che, in quanto tale, ha generato una frattura temporale tra il “prima” e il “dopo” rispetto all’evento stesso. “Prima della separazione, i miei genitori…ora invece”. “Prima della morte di mamma…, ora invece”. “Prima della diagnosi di malattia… ora invece”.
È vero che dare informazioni dolorose genera ovviamente reazioni emotive di dolore, ma esse vanno anche viste ed intese come tollerabili e superabili, altrimenti passeremo ai nostri figli una visione del mondo molto deprimente, cioè che il dolore genera solo dolore irreversibile e soprattutto senza prospettive di superamento e\o di elaborazione.
Tutto passa, anche il dolore, per nostra fortuna.
E il suo superamento verrà favorito proprio dalla relazione genitoriale, capace di presenza fisica ed emotiva, capace di affiancare il bambino nella comprensione dell’evento in sé, nell’ascolto emotivo e nella capacità di guardare ad un futuro insieme, uno accanto all’altro, nonostante il dolore.

PATRIZIA VALENTI
psicoterapeuta sistemico-relazionale Direttrice "STF Studio Terapia Familiare"
CONTATTI web: studioterapiafamiliare.com
tel. 339.733.47.11
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