Puntiamo sulle passioni, non alle performance

Il medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva Alberto Pellai,  sprona le famiglie a lasciar vivere i propri figli ogni forma di socializzazione con tranquillità. Appena uscito con il libro Vietato ai minori di 14 anni (De Agostini),

Pellai è protagonista del progetto con cui Erickson e il Coro dell’Antoniano hanno salutato l’inizio delle lezioni: «Una canzone e un libro -  precisa-  intitolati proprio Sta passando la tempesta. Per fortuna gli under 12 hanno avuto garantita la scuola in presenza anche l’anno scorso, ma ora vaccino e green passrendono tutto ancora più sicuro.»

Che ruolo hanno le attività extrascolastiche nella crescita? «Di fatto sono una palestra alla vita, in cui il bambino è un apprendista. Un tempo di rifinitura delle competenze e non uno spazio in cui, fra social e video, si cerca di compiacere il pubblico dei propri follower.»

Diventa allora necessaria una giusta educazione al virtuale... Cosa può fare la scuola? «La tecnologia durante la pandemia è stata uno straordinario strumento per rimanere connessi. Un uso troppo prolungato rischia, però, di diventare una dipendenza. La scuola, dove già l’uso della tecnologia sta diventando un indispensabile strumento di insegnamento e apprendimento integrato, deve puntare sull’educazione digitale, fornendo competenze al gruppo classe in modo che appena qualcuno supera i limiti è lo stesso gruppo classe ad intervenire.»

Fra le tante attività extrascolastiche, come scegliere quelle giuste? «Ai bambini serve esercitarsi su aree diverse. Suggerisco di seguire la traccia fornita dallo psicologo statunitense Howard Gardnercon la teoria delle intelligenze multiple. C’è l’intelligenza delle parole, l’intelligenza logico-matematica, quella dell’arte, della musica e ancora l’intelligenza del corpo, delle relazioni, della conoscenza personale e l’intelligenza della natura e l’intelligenza della spiritualità. 

I genitori devono porsi la seguente domanda:Mio figlio sta lavorando su queste nove aree?” Perché è proprio attraverso l’esperienza di ognuna di esse che si individuano le attitudini di un ragazzo.»

Qual è l’errore che noi genitori non dovremmo commettere? «Cadere nella logica agonistica-competitiva. Spesso quando ci si accorge che il proprio figlio è particolarmente portato per qualcosa, quel qualcosa diventa tutto.

Un tutto da spremere come un limone. La dimensione performativa va assolutamente evitata almeno fino ai 12/13 anni di età. Lo sforzo che chiediamo, soprattutto nelle aree extrascolastiche, non dovrebbe mai diventare competitivo. Deve restare una passione del bambino e l’aspettativa dell’adulto non deve trasformarsi in una trappola secondo cui il talento diventa un qualcosa su cui è richiesto di produrre un risultato.

Al bambino va lasciata la libertà di non dover dimostrare niente, di sbagliare e imparare dai propri errori e dalla sconfitta.»

Si riferisce alla pressione che, a volte, può generare un genitore a bordo campo? «Sì, un genitore deve stare di lato e godersi il fatto che il bambino stia partecipando ad una esperienza per lui appagante e per la quale si sta esercitando e mettendosi alla prova. Guai a trasmettergli un’aspettativa o l’idea che deve impegnarsi per diventare un futuro campione.»

Un genitore appassionato che accompagna il figlio agli allenamenti o a seguire altre attività è, però, fondamentale per lo svolgimento concreto dell’attività stessa... «Certamente. Ma la giusta via è saper accompagnare, tenendolo per mano, il proprio figlio, ma poi affidarlo agli educatori. È necessario evitare di creare ansie da prestazione e la conseguente delusione di non aver accontentato chi invece ti deve proteggere.»

di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

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