“Siamo una giovane coppia, mi chiamo Cinzia, ho 37 anni e il mio compagno, Vittorio, ha 39 anni. Da un anno siamo genitori di un bellissimo maschietto di 14 mesi. La presenza di nostro figlio, un dono ricevuto dalla vita e di cui siamo molto fieri, ci provoca però anche forti conflitti . Mi sento sempre molto giudicata da lui, in particolar modo in quei momenti in cui mi aspetterei più comprensione.
Il punto di maggiore sofferenza è il risveglio del nostro bambino nella notte. Ho sempre pensato di farlo dormire nella cameretta, ma si sveglia ogni notte e vuole venire nel nostro letto. Il mio compagno dice che bisogna lasciarlo piangere finché non si consola da solo,ma io non ce la faccio proprio, al primo gemito mi precipito nella sua cameretta e cerco consolarlo,non nascondo che in passato lo attaccavo al seno e poi rimaneva a dormire tra noi. Vittorio, oltre a non apprezzare tutta la fatica che faccio, mi accusa di essere troppo sensibile e, con le mie paure, di non lasciarlo crescere. Cosa fare?”
Gentile Cinzia, la nascita di un figlio è un “passo” che ciascuno di noi compie pensando di voler andare oltre l'immediato, di pro-iettare in avanti il proprio divenire. Nel fare questo, nel compiere questo “passo” ci allontaniamo dalla nostra “base sicura”, ciò che conosciamo, le nostre abitudini , la libertà di utilizzare il tempo.
Noi stessi siamo espressione di questo progetto compiuto da altri, i nostri genitori, che, quando eravamo “bambini”, si sono comportati secondo quella che era loro cultura, quello che sapevano, che potevano. In passato la figura maschile non era affatto coinvolta nella crescita dei figli, oggi i padri lo reclamano come una loro conquista cui non vogliono più rinunciare. E' una buona cosa, ma è importante innanzitutto che cresca il dialogo tra i due ruoli genitoriali. L'interlocutore privilegiato del bambino è la mamma. Il bambino è cresciuto per nove mesi nel suo grembo, si è mosso dentro di lei e anche nella mamma qualcosa si è riattivato. Aspetti del Sé bambina che si sono “mossi” contestualmente.
Un padre che vuole prodigarsi per il benessere del proprio figlio è, innanzitutto, un compagno che si prodiga per il benessere della sua partner. E' importante però imparare a riconoscere i “giudizi”interni per non sentirsi ciò che si “dovrebbe” secondo il modello interno riconducibile a quello della propria famiglia di origine. Giudizi che non sono certo parole, ma sensi di colpa che bruciano come sale su una ferita. E' un problema che coinvolge entrambi i partner.
Se impariamo a riconoscere ciò che abbiamo ricevuto, proprio da come ci comportiamo con i nostri figli, possiamo anche uscire dalla logica ferrea di come le cose si "devono" fare. Il bambino adesso non deve più essere lasciato solo finché non si consoli. Si può progettare un percorso, difficile probabilmente, ma trasformativo per tutti i membri della famiglia, in cui il figlio viene accompagnato nel percorso/esperienza di scoprire un spazio nel quale può imparare a stare, sentendosi in una "base sicura" nella quale sapersi proporre e saper riconoscere le persone di cui fidarsi. •
di Lino Di Ventura
psicologo, psicoterapeuta
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