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La vera arma segreta per crescere i bambini? Un sano ottimismo!
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La vera arma segreta per crescere i bambini? Un sano ottimismo!

In questo momento storico così ricco di sfide, anche gli ottimisti più irriducibili rischiano di vacillare, tuttavia…

In questo articolo:
Quanto il nostro atteggiamento può fare la differenza
Cosa significa essere ottimisti
Le dimensioni emotive
La prima dimensione è Interno-Esterno
La seconda dimensione è Stabile-Instabile
La terza dimensione è Globale-Specifico
Le risorse "eXtra" per crescerli sereni
Tira fuori "X factor" che è in te!
Le caratteristiche dell'ottimista
I diversi tipi di ottimismo
Ma ottimisti, si nasce o si diventa?
Come possiamo insegnare l'ottimismo ai nostri figli?
Partiamo da noi adulti
Le riviste etiche da leggere e ascoltare
👉 sfogliale

Quanto il nostro atteggiamento può fare la differenza

Ognuno di noi ha evidenza di come sia proprio nei momenti più critici che il nostro atteggiamento può fare la differenza nel disegnare il nostro avvenire. Aldous Huxley ci ricorderebbe che “la realtà non è quello che ci accade, ma ciò che facciamo con quello che ci accade”.

Non hai tempo di leggere? Ascolta!

E se gli adulti si arrendono al pessimismo e alla preoccupazione, è molto arduo che riescano ad infondere nei bambini un senso di fiducia nel presente che abitano e nel futuro che dovrebbero saper domare. Ma procediamo con ordine.

Cosa significa essere ottimisti

Innanzitutto, cosa significa essere ottimisti? Secondo i maggiori studiosi del tema, l’ottimismo è uno stile di attribuzione mentale, ovvero il modo peculiare con cui spieghiamo a noi stessi gli eventi che ci accadono.

Quando viviamo un’esperienza spiacevole, è fisiologico che le domande ci assalgano.

Le dimensioni emotive

Ma a determinare le risposte che diamo a noi stessi è proprio lo stile di attribuzione che ci caratterizza. Lo psicologo statunitense Martin Seligman e i suoi collaboratori hanno individuato tre dimensioni emotive che l’essere umano utilizza per spiegarsi gli eventi difficili della vita.

Queste dimensioni rappresentano le diverse possibilità di interpretare, affrontare e vivere la realtà e sono paragonabili a sentieri infiniti sui quali gli esseri umani si muovono per scegliere tra le molteplici reazioni possibili.

La prima dimensione è Interno-Esterno

Alcune persone reagiscono alle difficoltà incolpando se stesse (risposta-interno), mentre altre interpretano la circostanza sfavorevole come un brutto scherzo della sfortuna (risposta-esterno).

La seconda dimensione è Stabile-Instabile

Colui che predilige l’opzione “stabile” come modo di reagire pensa che non esista nulla che possa fare per cambiare le cose, mentre chi affronta la difficoltà percependola come “instabile” ritiene che nulla duri per sempre, e che i suoi comportamenti possano apportare dei cambiamenti.

La terza dimensione è Globale-Specifico

La persona che risponde in maniera “globale” alla realtà tende a credere che l’accaduto si ripercuoterà inevitabilmente su ogni aspetto della sua vita, mentre l’individuo che reagisce in modo “specifico” si aspetta che l’evento spiacevole generi delle conseguenze in pochi ambiti circoscritti della sua vita. Secondo la Psicologia Positiva, quindi, le persone sono tanto più ottimiste, quanto più spesso considerano gli eventi negativi come esterni, instabili e specifici.

Secondo gli studiosi, questo stile di attribuzione di significato alle esperienze critiche aiuterebbe gli esseri umani ad evitare di colpevolizzarsi, a confidare nel potere delle proprie azioni, a non ingigantire l’evento o la situazione critica.

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Le caratteristiche dell'ottimista

L’ottimista considera un evento negativo come un fatto transitorio e relativo, coltiva la curiosità, il gusto di vivere, la voglia di evolvere e di sperare. L’ottimista confida che le cose andranno bene anche nei momenti di incertezza, ma sa riconoscere tempestivamente i problemi, li contestualizza e si prodiga con creatività per risolverli senza procrastinare.

L’ottimista tende ad interpretare una situazione difficile come una sfida, non come un pericolo.

Le ricerche confermano che la persona ottimista è più spesso animata da emozioni positive, di rado soffre di problemi cardiaci, ha amicizie solide e ottiene risultati professionali migliori del pessimista.

I diversi tipi di ottimismo

Tuttavia, va chiarito che esistono diversi tipi di ottimismo:

esiste una tipologia definita “ottimismo ingenuo” che conduce l’individuo ad essere completamente disancorato dai fatti e dalle loro conseguenze. È questa forma di ottimismo la più simile al cosiddetto "pensiero positivo", ovvero la credenza ingannevole con cui le persone cercano di autoconvincersi che le cose andranno bene, anche quando non esiste alcuna prova realistica e concreta che ciò avverrà, trattandosi di circostanze nuove o complesse.

L’ottimismo ingenuo si rivela quindi un abito mentale non solo inutile, ma potenzialmente dannoso per la sua illusorietà che, nella stragrande maggioranza dei casi, si trasforma in deprimente disillusione.

Una tipologia più sana è invece quella definita “ottimismo realistico”, cioè l’atteggiamento interessato a studiare la difficoltà o l’evento negativo in corso, con l’idea che possa trattarsi di un’opportunità per crescere imparando a fare qualcosa di nuovo e ad essere più capace.

L’abito mentale dell’ottimista realista prevede di confidare in se stesso e di ritenere che in qualche modo saprà affrontare la situazione sapendosela cavare.

Nel famigerato esempio del "bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto" l'ottimista realista prende atto che il bicchiere è sia mezzo pieno che mezzo vuoto a seconda della prospettiva da cui lo si osserva, ma cerca di riempirlo del tutto, in virtù della percezione che lo fa sentire “già a metà dell'opera”.

Ma ottimisti, si nasce o si diventa?

Chiarite le modalità funzionale e disfunzionale di essere ottimisti, ora l’altra domanda cruciale è: ottimisti si nasce o si diventa? Un po’ come per il talento, molte correnti di pensiero ritengono che l’ottimismo sia una questione genetica, ma non è proprio così.

Le fattezze e la gradazione delle lenti percettive che indossiamo per interpretare e rispondere alla realtà che viviamo dipendono in parte dal nostro temperamento, e in parte dall’ambiente in cui cresciamo e dalle esperienze che scegliamo, o non scegliamo, di vivere.

Tuttavia, le ultime ricerche dimostrano che l’atteggiamento preferenziale del bambino nel percepire e reagire alla vita dipende per un buon 75% dall’ambiente in cui cresce e che all’età di 7-8 anni questo comincia a definirsi in maniera piuttosto netta.

Sono proprio queste lenti percettive il principale strumento con cui il bambino costruisce la sua esistenza, anche se con lo scorrere del tempo le esperienze possono deformarne il focus.

Cosa ha rivelato l’esperienza empirica dei bambini ottimisti? Ha rivelato che ottengono risultati migliori a scuola, nello sport, che sono più appagati nelle amicizie e anche più sani perché non hanno bisogno di trovare compensazione nel cibo o in altre dipendenze patogene.

E gli studi più autorevoli ci forniscono un dato che è al contempo incoraggiante e sfidante: l’ottimismo può essere insegnato. Come? Di certo, la ricetta dell’ottimismo sano (o realista) prevede una buona dose di amore, di attaccamento sicuro e di autorevolezza. Ma serve anche altro.

Come possiamo insegnare l'ottimismo ai nostri figli?

Occorre sapere rendere i bambini più autonomi, più proattivi, meno timorosi di fallire, più tenaci e risoluti nel trasformare i loro desideri in obiettivi concreti e raggiungibili.

Per crescere sani ottimisti bisogna essere - o diventare - sani ottimisti, allenandosi ad assumersi le proprie responsabilità, senza incolparsi o condannarsi senza appello; esercitandosi ad interpretare gli sbagli come esperienze utili a crescere, assaporando ed essendo grati per quello che si ha anziché concentrarsi solo su quello che manca.

Per rendere i bambini fiduciosi nelle loro possibilità, e quindi nel loro futuro, occorre che noi genitori siamo i primi a fidarci di noi e della nostra famiglia. Ma la fiducia nei confronti di se stessi è quella più ardua da costruire perché non si accontenta di buone intenzioni o di indizi, ma pretende delle prove tangibili.

Partiamo da noi adulti

Vale quindi la pena di partire da noi adulti. Se la nostra mente non ha ancora valide prove per fidarsi delle nostre capacità, occorre fornirgliele con i fatti, perché non si lascerà incantare dalle parole. Dobbiamo costruirci, giorno dopo giorno, abilità nel rafforzare le fondamenta della nostra autostima, facendo fronte alle difficoltà in maniera nuova.

Questo prevede di poterci concedere i momenti di rabbia, di dolore o di paura, ma di imparare a gestirli per poi accettare ciò che non dipende da noi o fronteggiare quello su cui possiamo intervenire.

Imparando su basi concrete a fidarci di noi, potremo aiutare i nostri figli a fidarsi di loro stessi, al punto da fornirgli occhiali realistici ma con qualche riflesso roseo.

Il nostro ruolo di genitori è determinante sul copione con cui percepiranno e reagiranno agli eventi della vita, soprattutto a quelli spiacevoli.

Se ti è piaciuto questo articolo potresti essere interessato a leggere anche Far crescere l’autostima dei figli è possibile? 4 consigli per sostenere la loro crescita emotiva - Bambini e Genitori

LARA VENTISETTE
psicologa, psicoterapeuta
ALESSANDRO PASELLI
executive e business coach

CONTATTI web: laraventisette.com - alessandropaselli.it

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