Vorrei usare questo spazio per parlare degli adolescenti, di quella età delicata che ai giorni nostri inizia sempre più precocemente…
Oggi i ragazzi diventano adolescenti già verso i 9 -10 anni e nel mio lavoro con loro, ho potuto riconoscere quanto l’esperienza sia un fattore fondamentale e determinante per la loro crescita e quanto lo sia in un modo molto specifico.
Essendo un’età di passaggio al mondo adulto, si ritiene che la loro esperienza debba essere sempre più tecnica, finalizzata all’apprendimento di un “mestiere” utile ad acquisire competenze e saperi, necessari poi ad entrare di diritto nel circuito virtuoso e produttivo della società: trovare un lavoro, contribuire alla creazione di beni per la collettività, provvedere al benessere personale in autonomia. In sintesi, diventare grandi.
Eppure c’è un aspetto che tende ad essere trascurato e dato forse un po’ per scontato: si tratta dell’apprendimento delle emozioni, che nella vita dell’uomo fatta di relazioni sociali (oltre che di produzione materiale), diventa un elemento imprescindibile, la materia prima a cui non si può rinunciare se si vuol crescere come persona sana e soprattutto felice.
Oggi vediamo sempre più i nostri giovani come assorbiti dal mondo sociale virtuale, di cui sono abili maestri (i cosiddetti nativi digitali), dove a dominare è la velocità delle comunicazioni e la superficialità dei messaggi. In quella rapidità, l’emozione non può trovare spazio di espressione, esigendo tempi più lunghi di un click su un touchscreen per venire fuori ed essere trasmessa, arrivando così chiara all’altra persona. In questo contesto, non c’è più spazio per ascoltarsi, sentire, comprendere ciò che si sente e comunicarlo, per condividerlo. Tutto è compresso, frenetico e, di conseguenza, fonte di ansie che si trasferiscono al loro futuro.
I ragazzi restano fermi ad un immobile presente (per quanto iperdinamico e veloce) perché non hanno la prospettiva e lo spessore offerti dalle loro emozioni. In un età in cui è difficile misurare quanto si debba lasciarli liberi e quanto, invece, ancora guidarli, i giovani si ritrovano soli a gestire la complessità delle proprie e altrui emozioni, con il tramite di uno schermo che fa contemporaneamente da finestra sul mondo e da specchio per sé.
Il “vero” apprendimento” che andrebbe recuperato risiede nel ridare valore e spazio alle emozioni nei rapporti con i giovani, con i nostri figli. Portarli “a bottega di emozioni”, dove far loro scoprire l’importanza del vivere le proprie emozioni, di esprimerle in maniera sana senza forzature o repressioni, consentendo magari di riscoprirle anche noi con loro, per imparare insieme l’arte delle relazioni d’affetto: un’arte che si apprende solo nella realtà della condivisione.
a cura dott.ssa Sara Loffredo
psicologa ad orientamento psicocorporeo