“Bacajèr a Bulåggna”: un dialetto dal sapore francese!

Ormai a Bologna, tutti parlano italiano. Noi, nati qui, crediamo magari di non saperlo, pur applicandoci non riusciamo a mettere insieme decentemente un discorso, eppure lo abbiamo dentro, nel profondo dell’anima.

Qualche parola in dialetto la sanno anche i figli più grandi: se maschi, si tratta per lo più di espressioni irripetibili, se femmine si limitano a sottolinare i momenti di meraviglia, con un forte “sorbole”.

Ma se i nonni vogliono parlarsi in confidenza
di cose delicate senza che i nipoti capiscano, si esprimono in bolognese. Perché i nipoti, quando parlano non hanno nemmeno più la “essce”.  La sparizione del dialetto è avvenuta a poco a poco, senza che ce ne rendessimo conto. È un patrimonio che è andato perso. Però nei dialoghi dei giocatori di carte dei circoli, dove trascorrono ore gli anziani, alcuni battibecchi ai mercatini, frasi raccolte per strada, il muratore che parla dall’impalcatura, i tifosi che discutono di calcio, a volte rivelano antiche bellissime espressioni dialettali, fiorite e scolpite come nel marmo.

Direi che il dialetto bolognese è uno stato d’animo ed è per questo che, sentito parlare, mi sorprende. Questa raccolta può sembrare un piccolo museo di “cose antiche”, ma cose che, comunque, conservano un loro fascino, un sentore di vita intima, talvolta anche di segreto che tiene legati tutti noi della famiglia. 

Ci piace mettere in evidenza alcune parole e modi di dire
che, ancora oggi, si conservano e spesso fanno da intercalare, nel parlare “italiano”, del vero bolognese di oggi. A Bologna, così si dice anche oggi: qualsiasi oggetto di cui non si trova il nome momentaneamente è un “bagaglio” o un “coso”. A Bologna non abbiamo i pantaloni, abbiamo le “braghe” e “Lu-lé eLi-là”, sembrano due personaggi dei cartoni animati, ma vuol solo dire “quello e quella”! A Bologna diciamo no, con:”brîsa”. E diciamo “te lo dico io” con: “A t al dégg”. Se c’è vento, “sóccia che buriana” e se una persona mi piace, la “intorto”! A Bologna, si sentono le vecchiette che alla domanda del salumiere: “altro?” rispondono con: “altro”!

A Bologna, non si gioca a nascondino, si gioca “a cucco” e non si lecca il gelato, “si pilucca”.
A Bologna non si dà uno schiaffo, si dà “una sbèrla”. Nel letto facciamo, “i covini” e non siamo  matti, siamo “fuori dai coppi”. A Bologna, gli anziani non girano col bastone, girano con la “zanetta” e non si inciampano… “scapuzzano”! Se uno è ricco non ha molti soldi, ma ha della “pilla” e non ci si scontra, ci si “inzucca”.

A Bologna se sei pallido, sei sbiavdoe se hai gli ormoni che vanno a mille, hai una gran sverzura. Se mangiamo qualcosa difficile da inghiottire, impalugae non inzuppiamo i biscotti, li tocciamo

Se ci sporchiamo, ci impadelliamoe se siamo dei creativi, abbiamo dello sbuzzo. A Bologna, la regina della casa è solo lei, la szdåurae sotto ai letti non cè la polvere, ci sono i gatti.

Se sei un po’ rimbambito, sei un ismitoe se qualcosa è scarso o non di nostro gradimento, è tristo. A Bologna non si dice cosa stai toccando? ma ‚ cosa stai cipollando?

Se uno fa lo stupido, ma non far l’asino: mo brîsa fèr l’èsen!

A Bologna, cosa facciamo? Andiamo o stiamo? C s à fègna? andègna o stègna? Se ci metti molto ad esprimere un concetto, sei lungo come la messa cantata e le cose che ci piacciono molto, ci piacciono dimondi.

A Bologna non togliamo le cose, le caviamo e se una persona è antipatica, è sgodevole. Se uno ha un naso pronunciato, sóccia che canâpia che ha lui-lèe le persone che si picchiano, si stanno bussando. Se un bambino ha fatto qualcosa che non va, gli si dà una gran cioccata e se piagnucola: gnola. Quando sternutisce gli si dice bandéssa e se bara, fa i ballottini. A Bologna una cosa che costa poco è una bazzae non abbiamo gli scarafaggi, abbiamo i burdigoni!

Se uno non vuole manifestare il suo pensiero e non dire direttamente ciò che pensa, sta in camuffa, mentre la malinconia derivata dall’inerzia è una lórgna della Madonna.

Se uno non ha soldi ha una gran plumma e una cosa è difficile da digerire è tamugna. I piccoli lavori di casa, sono i ciappine ogni motivo è buono, per far balotta.

Se cerchiamo qualcosa, ravaniamo e quando fa freddo, mo socmél che zâgno! E se il freddo è tanto, uno zâgno del 32! A Bologna, quando uno vince una gara, gli ha dato la paga e un forte acquazzone è uno squasso. I capelloni hanno un gran bulboe quando siamo generosi, siamo spanizzi. Non diciamo mai basta, ma bôna lée se una cosa ha scarso valore, è sdòzza. A Bologna non abbiamo il lievito, abbiamo la dosee i piatti si asciugano con il burazzo. Un frutto acerbo é brusco.

Quando uno ti attacca un bottone infinito, ti pianta una gran tomella e ridiamo ghignando. Quando indossiamo un abito nuovo, lo spianiamoe quando ci demoralizziamo, ci scende la catena. A Bologna, non si dice OK, si dice A i ó capé e quando una cosa non ci piace, diciamo: moché, moché, moché! Quando andiamo forte, andiamo a bussoe non abbiamo il pattume, abbiamo il rusco!

Infine, a Bologna non diciamo aprimi la porta, ma: dammi il tiro, perciò eccoci: benvenuti a Bologna!

liberamente tratto dal blog di “Speradisole”  speradisole.wordpress.com

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