Come proteggere i figli adolescenti dalla loro vita iperconnessa? Ne parliamo con Alberto Pellai

«I nostri figli vanno riportati nella vita reale e allontanati da quel paese dei balocchi che sono le piattaforme online».

Così il medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva Alberto Pellai colonna portante della Comunità Educante di Bambini e Genitori, il primo Ente NOprofit a sostegno delle famiglie, presenta il suo nuovo libro: Esci da quella stanza (Mondadori). «I genitori facciano gli adulti – esorta – e creino connessioni virtuose con le altre famiglie per fissare regole condivise sul tempo senza schermo dei loro ragazzi. Ci pensa già il marketing a creare dipendenze di cui non avrebbero alcun bisogno».


Cosa può fare la scuola per educare i ragazzi a un uso virtuoso della tecnologia?

«Si fa sempre più urgente la necessità di capire come declinare il concetto di scuola digitale. Siamo di fronte a una scuola che investe sul tecno-entusiasmo e sull'idea che la tecnologia sia a supporto dei processi di apprendimento o di fronte a una scuola che, alla luce di quanto accaduto negli ultimi dieci anni, assume una posizione più cauta sull'utilizzo in aula delle tecnologie?».


Da quest'anno il ministero suggerisce di spegnere i telefonini anche alla scuola superiore. Il messaggio lanciato con la vostra petizione di limitare l'uso degli smartphone sotto i 14 anni e dei social sotto i 16 sta raccogliendo frutti.

Ci racconta meglio?

«Si stanno compiendo passi in avanti. C'è una maggiore consapevolezza dei rischi derivanti dalla dipendenza dai dispositivi elettronici. Il mondo adulto che, prima non era formato perché le tecnologie sono arrivate alla velocità della luce, oggi non può più ignorare quanto dimostrato dalle tante ricerche effettuate sulla generazione Z, la prima ad essere nativa digitale: avere lo smartphone a portata di mano durante il tempo scuola non è vantaggioso».


Suggerisce di tornare indietro anche sull'utilizzo di altre strumentazioni già inserite nei piani didattici?

«Introdurre delle regole più restrittive non significa rifiutare il digitale o l'intelligenza artificiale, ma consentirne l'utilizzo esclusivamente all'interno di esperienze didattiche in cui c'è un adulto che fa da regista e limitarlo nel lavoro autonomo svolto dall'alunno. Il digitale portatile non è un contributo che facilita lo svolgimento dei compiti di studio, ma un distrattore dei processi di apprendimento».


La pervasività della tecnologia esplode, però, nell'ambiente familiare. Come comportarsi a casa?

«Alla famiglia, che è la prima agenzia educativa, segnalo un'altra evidenza appurata scientificamente: chi non ha ricevuto uno smartphone prima dei 15 anni non è affatto rimasto indietro rispetto al mondo che corre e, da adulto, non ha dimostrato di avere meno abilità digitali rispetto a chi lo ha iniziato ad utilizzare in età precoce. Piuttosto esiste l'evidenza contraria: avere in mano uno strumento digitale troppo presto sembra ridurre in modo significativo lo sviluppo di altre competenze». A questo proposito, puoi approfondire leggendo: Come aiutare i figli a sopravvivere al digitale? Ne parliamo con Alberto Pellai


Torniamo al punto di partenza: come formare i ragazzi?

«Allo stesso modo in cui li avviciniamo all'educazione stradale. Aver inserito nella scuola primaria percorsi di educazione stradale non ha come conseguenza che i bambini ottengano la patente prima del tempo, ma consegna delle competenze sulla viabilità che gli saranno già utili come pedoni o ciclisti. L'educazione digitale dovrebbe diventare una materia scolastica: lo smartphone è uno strumento con un ambiente totalmente gestito dal mercato, che punta sull'additività delle sue funzioni e che costringe l'utilizzatore ad un ingaggio dopaminergico (l'attivazione di sensazioni gratificanti che possono portare a dipendenza, ndr) che è l'ultima delle cose che servono a un preadolescente». Se vuoi proseguire, puoi approfondire leggendo: Essere un bravo educatore è possibile?


Il problema è, certamente, l'abuso dei dispositivi elettronici già in età evolutiva. C'è qualcosa da salvare?

«L'online è pieno di contenuti meravigliosi: possiamo entrare dentro un museo, scoprire opere d'arte che forse non vedremo mai, avere accesso a libri che non abbiamo a disposizione in casa o a documentari spettacolari. Però, la domanda è: come mai un ambiente così pieno di stimoli straordinari viene utilizzato soprattutto per fruire spazzatura? La risposta è semplice: chi non ha maturità cognitiva fa un pessimo uso del virtuale».

ALESSANDRA TESTA
giornalista, direttrice responsabile Rivista Etica "Genitori"

CONTATTI e-mail: redazione@bambiniegenitori.it

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