«Basta gare per vincere il premio del genitore preferito, l'educazione ai figli va impartita insieme»
Daniele Novara, esperto nella gestione dei conflitti e uno dei più stimati pedagogisti italiani è da poco entrato a far parte della Comunità Educante di Bambini e Genitori, il primo Ente NOprofit a sostegno delle famiglie.
Lo scorso anno, insieme al medico dell'età evolutiva Alberto Pellai, ha promosso un appello al governo per bloccare gli smartphone fino a 14 anni e i social fino a 16. «Grazie alla grande eco mediatica che ha avuto il nostro appello – sottolinea – si è ottenuto un primo importante risultato: i genitori hanno sostituito l'iniziale tecnoentusiasmo con la consapevolezza che vanno posti limiti».
È stato compiuto un piccolo passo in avanti anche dal Governo italiano, che col ministro dell'Istruzione e del merito Giuseppe Valditara ha detto “no” all'uso dei telefonini in classe pure alle scuole superiori.
Dott. Novara, ne è soddisfatto?
«Si tratta soprattutto di sopravvivenza istituzionale: se tu consenti ad uno studente di usare uno smartphone a lezione è la fine. La mia posizione è sempre la stessa: le tecnologie restano uno strumento, quello che conta è avere metodo nel loro utilizzo.
Oggi invece esiste un'iperattenzione su strumenti quali l'intelligenza artificiale e una totale indifferenza verso la questione metodologica. Imparare non è una questione di tecnologia o di intelligenza artificiale o non artificiale, è una questione di metodo. Quando devi imparare qualcosa devi avere un metodo. La scuola non sono i libri di testo, con zaini sempre più pesanti ma il modo in cui si impara a ragionare».
Qual è un buon metodo di insegnamento?
«Come spiego nel libro Cambiare la scuola si può (Rizzoli), sono per il metodo maieutico, generativo: si sostituisce la lezione frontale con l'esperienza, il lavoro di gruppo che è anche dialogo, confronto, esplorazione. La base fondamentale di ogni metodo di apprendimento è l'imitazione. A scuola, però, questa idea è ancora abbastanza aliena.
Si ha paura che gli allievi possano collaborare tra loro, copino o mettano in atto una sincronizzazione come studiare e fare i compiti assieme. La componente sociale è decisiva, ma negli ultimi anni nella scuola italiana ha prevalso la didattica speciale, esclusiva e senza condivisione; un danno che deriva da un eccesso di neurodiagnosi e certificazioni.
Una didattica pensata solo per un soggetto è totalmente antiscientifica, perché l'apprendimento è sociale: siamo animali sociali e il modo più semplice per imparare, magari con i banchi disposti a formare un semicerchio, è il mutuo insegnamento, dove un compagno ti aiuta dove tu non riesci e si aspetta chi è più lento».
Imparare con la fatica di un esploratore, dunque, senza avere subito pronte le risposte grazie alla tecnologia...
«La scoperta è anche divertimento. Attenzione, però, non c'è niente di male ad usare la tecnologia, non sono un demonizzatore. Il problema è la sua applicazione. La differenza non la fanno le fonti, un libro di testo, Google o l'intelligenza artificiale; la differenza la fa l'acquisizione della capacità, il saper applicare le conoscenze ricevute. La conoscenza non è ripetere dei contenuti, la scuola dovrebbe essere un laboratorio, non una crocetta da mettere sulle prove Invalsi».
Limitare l'utilizzo dello smartphone diventa più difficile fra le quattro mura di casa?
«Pensare che basti un regolamento a scuola è ipocrita. Stiamo crescendo una generazione con gli occhi sul cellulare. Tutte le ricerche sono inequivocabili: ci si rovina la vista, si perde la concentrazione, si hanno disturbi del sonno e sfuma la capacità di pensare autonomamente. Bisogna arrivare al più presto a una regolamentazione generale. Come non facciamo guidare un'auto a un tredicenne, così vanno rispettati i tempi di maturazione del suo cervello. Non si può pretendere che un bambino sia in grado di avere la maturità necessaria per sapere quando e come utilizzare una smartphone».
Che consigli dà ai genitori?
«La questione è molto semplice: i genitori sono fragili perché sono in disaccordo tra loro. Ognuno dei componenti della coppia cerca un rapporto esclusivo con I figli, tentando di vestire narcisisticamente i panni del genitore preferito. C'è quello che concede e quello che non concede. Chi prevale, secondo voi? L'educazione va impartita insieme».
Se vuoi proseguire, leggi: Siamo troppo ansiosi… perché? Scopriamolo grazie a un pizzico di pedagogia e l’aiuto di Daniele Novara

ALESSANDRA TESTA
giornalista, direttrice responsabile Rivista Etica "Genitori"
CONTATTI e-mail: redazione@bambiniegenitori.it
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