Un bambino nasce immerso in un ambiente storico, sociale, culturale e familiare che lo psicologo e filosofo Jacques Lacan chiamava il grande Altro.
Il bambino è parte di questo ambiente e ne è influenzato, fin da prima della sua nascita perché di questo ambiente fanno parte i suoi genitori.
La prima figura che egli incontra nel suo venire al mondo e con la quale per prima si relaziona è la madre. Per Lacan il grande Altro agisce sul bambino prima di ogni sua interazione possibile con la madre, perché le leggi della cultura, la scelta del nome proprio, l’essere reso parte di una determinata tradizione familiare, la dipendenza dalle condizioni storico-sociali, anticipano e non seguono la nascita dell’essere umano.
Nella sua prima fase di vita, il bambino dipende in tutto e per tutto dalla madre, in particolare dalla capacità che essa ha di rispondere o no alle sue richieste, di soddisfare o no i suoi bisogni, per tale motivo Lacan dice che il bambino in questa fase di vita è un oggetto nelle mani della madre.
Egli ha il difficile compito di diventare un soggetto attraverso un viaggio che richiede tempo e che prevede il dover passare attraverso le leggi dell’ambiente storico-sociale oltre che familiare che lo precede. Solo in un secondo momento egli proverà a soggettivare la sua esistenza, ovvero a renderla singolare. La soggettività del bambino è dunque in divenire, è proiettata nel futuro, attraverso un tragitto che non è predeterminato ma che è diverso per ognuno. In altre parole, il bambino deve costruire la propria singolarità, la sua unicità.
È importante che il desiderio che i genitori rivolgono al bambino miri alla sua singolarità, alla sua particolarità, la stessa particolarità che rende il bambino un soggetto. Per Lacan questa è la radice più profonda della funzione genitoriale.
Nel suo venire al mondo e nel tragitto che lo porta verso la soggettivazione, è di fondamentale importanza che il bambino si senta desiderato. La domanda che il bambino rivolge alla madre, oltre a quella di soddisfare i suoi bisogni primari come la fame o la sete, è infatti quella di essere presente e nella sua presenza di amarlo e desiderarlo.
A proposito di funzione genitoriale, Lacan distingue tra funzione paterna e funzione materna le quali possono essere incarnate sia dalla madre che dal padre a seconda delle particolari situazioni familiari.
La centralità della funzione materna consiste nella trasmissione del sentimento della vita: le cure che la madre riserva al bambino gli trasmettono un interesse particolareggiato, la vita di suo figlio per lei è unica e insostituibile.
La funzione materna fa posto all’eccezione: “Ogni figlio è figlio unico”, ognuno ha un temperamento diverso, per ciascuno può non valere lo stesso sistema. La funzione paterna consiste nel mostrare come, attraverso la singolarità della vita di ciascun genitore, il desiderio possa unirsi e non opporsi alla legge, nel testimoniare che le regole servono a sostenere il desiderio, non a reprimerlo.
Amare il figlio, considerarlo unico e irripetibile, vuol dire amare anche i suoi dettagli più infimi, rispettare e promuovere le sue inclinazioni, considerarlo nella sua insufficienza, anche se non corrisponde all’immagine ideale che i genitori avevano di lui o di lei.
Non è tanto importante offrire gratificazioni al bambino quanto piuttosto dimostrargli attraverso piccoli segni di essere stato un bambino desiderato.•
Fonti: Lacan, cit. in Massimo Recalcati, Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, Raffaello Cortina, Milano, 2016
a cura dott.ssa Ivana Incandela
psicologa, psicoterapeuta