Correre, cadere, sbucciarsi un ginocchio, alzarsi nuovamente e correre ancora per sperimentare la gioia e lo stupore di essere capaci di rialzarsi e accrescere così la fiducia in sé stessi.
Ma è proprio qui che l’ansia dei genitori e la preoccupazione che il proprio cucciolo possa farsi male si insinua e mette in genitori in uno stato di allerta tale da non consentire al bambino di sperimentare e quindi di imparare. Donald Woods Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese dei primi del ‘900, fa una bellissima distinzione tra la preoccupazione intesa come angoscia e pericolo e la pre – occupazione responsabile, ovvero il diritto dei bambini di avere accanto a loro adulti che possano mettere a disposizione uno spazio pensato a loro misura e, in quello spazio, muoversi liberamente .
I bambini di oggi, troppo protetti, non conoscono più il minimo rischio ma è solo sperimentando quei piccoli pericoli di cadute e la propria capacità di rialzarsi che si possono conoscere e, di conseguenza, evitare i reali rischi. La paura che il bambino si possa far male, cadere, graffiarsi un ginocchio porta i genitori a una sorta di iperprotezione che li anticipa nei piccoli e grandi movimenti, che toglie il piacere di sperimentare anche sbagliando, ma allo stesso tempo scoprire lo stupore di riuscire a fare da soli: gioia immensa per nutrire l’anima del piccolo, nutrimento che fa crescere la fiducia in Sé stesso, quella che conosciamo come autostima!
Recuperare la naturalezza, rallentare la corsa frenetica di oggi che non ci permette di pensare, di osservare e guardare potrebbe essere un primo passo in direzione dei bisogni dei bambini e dei loro diritti naturali.
Noi a volte guardiamo senza vedere, senza che la memoria epidermica possa fare tesoro di tante storie passate e mai dimenticate.
Gianfranco Zavalloni, uno dei più validi educatori del nostro paese, parla di diritto all’uso delle mani intendendo il piacere del toccare, costruire, montare e smontare, cosa non possibile con i giocattoli di oggi preconfezionati e “perfetti“ al punto tale che non si chiede più ai bambini di IM - Magi - NARE, di riscoprire il mago interno come esperienza di curiosità e scoperta, come conduttore di un fare che si coniuga all’esplorazione del mondo naturale, perché il diritto all’uso delle mani è uno dei diritti più trascurati nella nostra società.
Un adulto vicino ai bambini che non li sovrasti della propria presenza, ma che dia invece a loro la “possibilità di stare da solo in presenza di qualcuno” è fondamentale per lasciare crescere il piccolo di uomo.
È importante allora recuperare questa presenza di silenzio, lentezza, ascolto e dove farlo meglio se non immersi nella natura, nei parchi e nei giardini di infanzia? Questa dimensione deve essere recuperata prima di tutto da noi educatori, insegnanti, genitori andando a ri – cercare il nostro bambino interno e ascoltandolo, non con le orecchie, ma con il cuore, con le emozioni dei ricordi che ci possono dire quali sono i bisogni profondi dell’essere umano.
L’ambiente esterno è sensorialità, è ascoltare e guardare, poter lasciare spazio al silenzio perché gli sguardi dei bambini possano tornare a guardare e non solo vedere, perché guardare è diverso da vedere, e ascoltare non è semplicemente sentire con le orecchie, ma sentire le emozioni, e questo permette ai piccoli di alimentare la curiosità se non invasa e anticipata da sollecitazioni, richieste che pre–tendono e che dimenticano cosa significa per un piccolo soffermarsi nei dettagli.
La curiosità guida l’esplorazione e il tempo acquisisce un’altra misura, lo spazio e il tempo diventano “bussole interne che permettono di separarsi senza perdersi, di giocare da soli in presenza di qualcuno” (D.
Winnicott), la fretta non c’è all’esterno perché il ritmo lento permette di cogliere il particolare, comprendere quel suono, rumore, respiro o silenzio... nel gioco spontaneo il bambino ritrova se stesso, si sente unico e speciale. Albert Einstein afferma “Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”.
a cura dott. ssa Licia Vasta
psicopedagogista