in viaggio con Maria Rita Parsi fra riti, tradizioni culturali, famiglie e bambini

Prosegue il confronto con Maria Rita Parsi, una delle psicoterapeute più apprezzate di Italia. Lo sguardo di oggi è sulla tradizione e su quanto il ripetersi dei riti possa contribuire a rafforzare l’identità del bambino e l’unione dei rapporti familiari.

Parsi, che ritiene Genitori «un buon punto di riferimento per le famiglie perché, come ricorda un proverbio africano, per educare un bambino ci vuole un intero villaggio », cita il dialogo fra la volpe e il Piccolo Principe in cui l’animale spiega al bambino il significato del verbo addomesticare. «Addomesticare – spiega la volpe – significa creare legami.

Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’una dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo».

Professoressa, cosa sono i riti e perché ne abbiamo così bisogno? «I riti sono delle attività svolte collettivamente che creano legami tra le persone, tra cielo e terra e hanno anche la funzione di scongiurare una delle angosce più importanti degli esseri umani: l’angoscia di morte. Partecipare a un rito, sentirsene parte, è come ribadire la vita, sfiorare l’eternità, che ci si appelli o meno a un dio, quello a cui si tende è una rassicurante, seppur impossibile, immortalità».

Qual è l’importanza delle consuetidini nella crescita di un bambino?

«Rispondo citando ancora Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry: i riti che creano legami sono il colore del grano. Il colore del grano è il colore dei capelli del Piccolo Principe che la volpe ricorderà anche quando i due amici saranno lontani. Il colore del grano è ciò che resta, il ricordo che forma la crescita degli individui e del loro gruppo di appartenenza, la memoria che costituisce il bagaglio culturale ed emozionale di ogni persona. Un legame che si crea con gli incontri, le abitudini, il contesto culturale. I riti sono importantissimi soprattutto se permettono al soggetto di riconoscere se stesso, di scoprire e capire la diversità che lo circonda e acquisire e scambiare conoscenze».

Siamo bombardati di informazioni, reiterare le abitudini è un modo per fermarsi e sentirsi più sicuri? «Il collegamento fra riti e lentezza esiste. Ci si ferma, si riflette e si condivide qualcosa a cui si sente di appartenere. Questo vale per la religione, ma anche per le più semplici abitudini familiari o individuali. Ognuno ha le sue. Il modo di comunicare sta cambiando profondamente.

La modernità avanza alla velocità della luce e la tecnologia sta creando nuovi riti. Penso al rapporto sempre più metodico che abbiamo con i nostri smartphone, al nostro cercare gli altri senza stare assieme a loro.

Anche questi sono diventati riti, e proprio come i riti tradizionali forgiano identità e dipendenza e sono in grado di creare legami. Non si tratta di legami fisici, non hanno odori e spesso nemmeno voce, ma restano legami. Legami necessari ad esistere».

Quali sono i riti che resistono e resisteranno nonostante la modernità?

«Quelli che io definisco i riti del bene. I riti religiosi, per esempio, le cerimonie, le celebrazioni, le commemorazioni.

Si tratta di riti che devono appoggiarsi su valori, credenze, consuetudini culturali, sociali, spirituali di cui si è sinceramente convinti. Solo così è possibile trasmetterli con coerenza e coscienza ai nostri bambini. I sacramenti non devono essere un’abitudine sociale o un motivo in più per far festa, è necessario credere davvero e avere rispetto della simbologia che li accompagna. Altrimenti si svuotano di significato.

O ancora tutti quei riti che cementano un legame affettivo. Penso alla lettura di un libro tutti insieme o alla sfoglia di pasta fatta dalla nonna, la domenica mattina. Quei momenti che non dimenticheremo mai e che basterà un profumo o un’immagine per riaccenderli nella nostra mente».

intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori