Prosegue il confronto con Maria Rita Parsi, una delle psicoterapeute più apprezzate di Italia. Lo sguardo di questo numero è sugli altri e sull’esercito di volontari che ogni giorno regala un po’ del proprio tempo agli altri.
Parsi, che ritiene Genitori «un buon punto di riferimento per le famiglie perché, come ricorda un proverbio africano, per educare un bambino ci vuole un intero villaggio», è convinta che l’empatia sia in grado di salvare l’umanità al pari della medicina e della buona politica: «Il servizio civile dovrebbe essere obbligatorio per tutti i ragazzi e le ragazze che hanno raggiunto la maggiore età e durare due anni, magari con pause da programmare in base alle caratteristiche di ciascuno».
Professoressa, come si avvicinano i ragazzi al volontariato? «Il volontariato nasce dall’empatia e si poggia sulla capacità di “calarsi nei panni degli altri”. L’empatia significa che io mi mobilito, perché non sono indifferente al dolore e ai problemi degli altri. Non penso solo a me, ma mi metto in contatto con le richieste altrui. Questo sentire si impara in famiglia, per osmosi. È lo specchio, anche socialmente, di cosa produce un buon nucleo familiare. Se i coniugi sono empatici perché capiscono le necessità dell’altro, si rispettano e aiutano a vicenda, lo saranno anche i loro figli. Se hai in casa un esempio di convivenza e integrazione, lo riproponi fuori».
Qual è la forza dell’empatia? «L’empatia è una lotta forte e pacifica contro l’apatia, l’indifferenza, la mancanza di sensibilità e il fastidio profondo per ciò e per chi è diverso o che, semplicemente, non va ad aggiungere sostanza economica e sociale alle mie sostanze. Il saper dare agli altri e partecipare in prima persona ad una qualsiasi attività di volontariato diventa allora un impegno prezioso per la società oltre che una fonte di sgravio delle spese della comunità. Empatia fa rima con buona economia. Un do senza aspettarmi un des, un porgere una mano laddove c’è una carenza che, alla fine, mette in moto un circuito virtuoso, un modello di accoglienza che produce conoscenza e benessere. Per ciascuno e per tutti. Proprio perché sono stato gratuitamente disponibile, il mio aiuto tornerà indietro quando sarò io ad aver bisogno».
Come può un bambino che non ha una famiglia “virtuosa” diventare solidale? «Purtroppo quel bambino non si avvicinerà alla solidarietà. Se è cresciuto in un ambiente ambizioso, dove conta solo la riuscita, il denaro, la visibilità e la competizione, come potrà scaturire in lui l’empatia?».
Paradossalmente, dobbiamo sperare che impari la solidarietà altrove? «Sì. In questo la scuola è fondamentale perché deve e può essere il luogo in cui si impara il rispetto delle differenze, la solidarietà, la comunicazione riguardosa e diretta. Il luogo dove non si dovrebbe imparare solo a prendere buoni voti e a scalare le vette, ma l’unicità, il piacere e la bellezza del sapere».
La scuola è ancora una palestra di questo tipo? «Io lo spero e lotto da sempre per questo. Bisogna aver fiducia negli insegnanti e dare loro ogni possibile strumento per una costante formazione. Hanno un ruolo decisivo nella crescita dei nostri figli. È lì che i bambini vanno preparati all’inclusione e alla scoperta dell’altro».
Spesso si pensa al volontariato come a un’attività in via d’estinzione, è così? «Chi non vede l’enorme ricchezza offerta dal mondo delle associazioni guarda dalla parte sbagliata. Il mondo è pieno di persone che si mettono a servizio degli altri. Bisogna spingere i bambini a partecipare attivamente alla vita collettiva. In Italia l’associazionismo è ancora una risorsa sana. Ci sono, però, paesi che su questo sono molto più attenti. Da noi ad esempio, non sarebbe il caso di rendere obbligatorio il servizio civile? E i media non potrebbero dare spazio anche alle belle notizie, offrendo esempi di buone pratiche e solidarietà?»
intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori