Le parole sono importanti: come ci chiedono i bambini di comunicare con loro?

Le parole sono importanti, cerchiamo quindi di condividere il significato di comunicazione come la possibilità di far partecipe un altro di un contenuto,

attraverso lo scambio di un messaggio composto secondo le regole di un determinato codice.

Da una parte è vero che una comunicazione avviene sempre, come quando si è in treno e solo per il fatto di condividere uno spazio nel tempo con qualcuno fa sì che si colgano alcune caratteristiche dell’altro che a sua volta ne coglie di nostre; ma quello che la rende unica è la volontà che questa avvenga sia da parte di chi comunica sia da parte di chi ascolta. Questa volontà reciproca crea un legame e quindi una relazione attraverso lo scambio di contenuti.

Ci sono delle situazioni che facilitano la comunicazione, altre che la rendono difficile e queste variano di continuo a seconda delle caratteristiche dei soggetti e di quelle del contesto.

Il gioco è per i bambini la situazione più facile per relazionarsi e comunicare tra loro, sia parlando che facendo delle cose insieme. La comunicazione più efficace avviene attraverso il linguaggio che però non va considerato solo nella sua parte formale e strutturale, ma anche come un pennello o uno scalpello per la parte creativa, per la possibilità di raccontare e raccontarsi storie. Ed è sulle storie che mi voglio soffermare perché uniscono bambini ed adulti.

Le storie sono necessarie come il pane, infatti nutrono la curiosità, permettono di crearsi delle identità, di evolvere. Le narrazioni devono però rispettare alcune caratteristiche: avere una struttura stabile che è lo scheletro che viene di volta in volta rimpolpato e vestito dalla creatività di quella persona in quel momento. Ai bambini e agli adulti piacciono le storie di immagini e di parole, ad entrambi piace ascoltarle e raccontarle.

Ogni storia, ogni film è nel contempo diverso ed uguale a seconda di chi ascolta, e la possibilità di condividere gli ascolti individuali in un ascolto corale arrichisce enormemente la potenzialità della narrazione stessa. È anche per questo che è diverso guardare un film o un’opera da soli o in un teatro. La vita è fatta di passioni che si nutrono della condivisione. Per questo non ci sono attività da inibire per le loro caratteristiche intrinseche come ad esempio i video giochi o vedere la tv, è la tendenza all’isolamento ed all’annullamento della condivisione che non va promossa.

Siamo animali sociali e ci dobbiamo nutrire di condivisione anche se questo non contraddice la necessità di momenti di riflessione e ripiegamento individuale; ma deve essere una scelta, non il frutto di una incapacità.

Genitori se volete comunicare davvero coi vostri figli giocate con loro, attraverso un’attività piacevole condivisa passano più insegnamenti che in tante prediche. Dovete però divertirvi anche voi, quindi cercate dei giochi o delle attività che piacciano anche a voi. Il gioco non si insegna, si fa.

Prima lo si può desiderare e poi lo si può ricordare ed anche in questa attesa ed in questo ricordo crescono le storie. Un’altra riflessione che scaturisce dal detto popolare “un bel gioco dura poco” indaga la caratteristica cardine perché rimanga quel meraviglioso strumento di creatività per ogni età, infatti per essere bello un gioco deve avere un inizio e una fine ed essere piacevole altrimenti diventa coazione a ripetere e perde di ogni valenza creativa.

Non è più una storia. Nella richiesta “mi racconti una storia?” viene detto implicitamente “tu che sei per me una persona speciale, condividi con me, che sono per te una persona speciale, una storia speciale”.

a cura dott.ssa Gabriella Saladini
logopedista