I nostri figli, cosa faranno da grandi?

Quante volte da bambini ci è stata posta la fatidica domanda “cosa vuoi fare da grande?” Una domanda semplice, ma poco scontata, a cui numerose volte abbiamo cercato invano di rispondere, fino all’età adulta. Immergendosi nel ruolo di genitori, diverse sono le scelte da compiere per il percorso di crescita del proprio figlio: cosa farà da grande?

Se non fosse portato per lo studio? In cosa riesce al meglio? Assecondarlo o seguire una strada più giusta secondo la mia opinione?

Diventando genitori è molto frequente rivedere se stessi bambini nei propri figli, con la possibilità di incombere nell’errore di paragonare il proprio percorso di crescita e le esperienze fatte negli anni a quelle del bambino. Bisogna invece diventare attenti osservatori del proprio bambino, evitando confronti con se stessi o con altre famiglie: “cosa gli piace fare?”.

E’ questa la domanda a cui dovremmo cercare di rispondere, mostrando alte aspettative nei loro confronti.

E’ bene sottolineare che è molto importante tenere a mente la sottile differenza tra l’avere alte aspettative e l’avanzare delle pretese. Aspettative esagerate rispetto alla sua età e alle sue capacità, rischiano di ostacolare la sua crescita psicologica, non facendolo sentire in grado di superare le piccole sfide del quotidiano.

E allora, come riuscire a riconoscere “la strada giusta” per il proprio bambino? Il complicato ruolo di genitore richiede di essere una guida e un punto di riferimento: supportarlo nelle scelte della vita quotidiana, ascoltarlo, assecondarlo e stimolarlo. Il rapporto genitore-figlio si dovrebbe fondare su ascolto attivo, e soprattutto bi-direzionale: prestare attenzione ai desideri e ai bisogni del proprio figlio è un fattore di grande influenza sul suo sviluppo psicologico ed emotivo. Essere consapevole di avere alle spalle un “porto sicuro” dove poter essere libero di esprimersi e confrontarsi, rafforza la sua autostima e accresce la fiducia nel suo caregiver.

Ascoltando i suoi desideri e assecondandolo, lo si lascia libero di sperimentare in svariati ambiti: relazionale, educativo e sociale. Sperimentando, il bambino imparerà a conoscere se stesso e l’ambiente circostante, in una prima fase limitato a quello familiare e poi man mano allargato alla scuola e alle attività ricreative. Arriva infatti il momento in cui i genitori devono compiere il difficile atto di “lasciare andare” i proprio figlio, dandogli la possibilità di avventurarsi all’esterno. Si potrebbe paragonare la relazione bambino-caregiver alla nave che lascia il porto: si avventura in mare aperto, sapendo di poter rientrare al porto ogni qualvolta che lo desidera, ancorandosi durante la burrasca.

Le esperienze educative extrascolastiche possono certamente contribuire allo sviluppo dell’autonomia del bambino, tra nuove amicizie e nuove guide nel suo percorso di crescita: specialmente in ambito sportivo, infatti, la relazione con il coach lo aiuta a conoscere e sviluppare al meglio le sue abilità, scoprendo inclinazioni e talenti.

E allora, come rispondere alla fatidica domanda “noi genitori conosciamo davvero i nostri figli?”: una risposta corretta e adatta a ogni soluzione sicuramente non esiste. E’ bene lasciare ai bambini il giusto spazio e il giusto tempo, senza fare paragoni con altre realtà: lasciar fare, accompagnandoli e sostenendoli nelle loro scelte, accettandone le sconfitte e gli errori in cui inciamperanno, certi che sono e saranno sempre parte integrante del loro percorso di crescita emotiva, intellettuale e sociale. Con questo costante sostegno alle loro spalle saranno in grado di affrontare al meglio continue nuove esperienze, fonte di stimolo per lo sviluppo delle loro inclinazioni e talenti.

Dott.ssa Matilde Poluzzi
pedagogista

Contatti: info@ritmodanza.net 

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