Connessione, social network e società borderline…

Il profilo psicologico della società contemporanea è tutt’altro che rassicurante.

Da una parte ci sono genitori costretti a un asservimento totale al lavoro, svuotato completamente della sua etica e reso incapace di assicurare futuro e consentire slancio nella progettualità.

Dall’altra, bambini iper stimolati dal punto di vista cognitivo e precocemente esposti a input che a livello maturativo non sono in grado di elaborare; bambini che pur essendo estremamente vivaci e magari in grado di leggere e scrivere già all’ultimo anno d’asilo rischiano di divenire adolescenti fragili e portatori di mille vulnerabilità socio-affettive.

L’incremento a grappolo dei social è di fatto una via di fuga dal confronto diretto e dalla sconfitta, una dimensione in cui l’approccio fra i sessi è semplice e privo di reticenze e pudicizia, l’amicizia istantanea, in cui si dà ampio margine alla fantasmatica nell’auto-rappresentazione.

E in cui per gestire il conflitto basta un semplicissimo “rimuovi dagli amici”.

L’Internet addiction è, in termini psicopatologici, figlia di questi tempi, tanto incredibilmente connotati dal progresso quanto da un deterioramento sostanziale di fondo cavalcante.

All’incrocio tra il piano micro-affettivo, assistiamo al diluirsi della funzione materna e paterna che, all’interno dei molteplici modelli di famiglia in evoluzione, vengono a farsi sempre più deboli, tanto simbolicamente, quanto concretamente.

Il tutto condito da un livello sociale che vede l’avanzata al trotto delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione a fronte di una crisi geopolitica ed economica globale, che contribuiscono a rendere la nostra società spesso patologica nella relazioni, protagoniste indiscusse della nostra cronaca nera.

Tutto e subito”: con un clic possiamo conoscere il significato di una parola, la sua etimologia, la sua storia, saziare ogni genere di curiosità, dilapidare un intero stipendio con le slot machine, fare acquisti, giocare…

Whatsapp ci segue in ogni dove, insieme a tutte le sorprendenti app che è dato scaricare dai Playstore. Ogni percezione di vuoto, assenza e distanza viene depotenziata, se non annullata.

In ogni momento si può “stare con un amico” che di fatto non c’è.

Tutti aspetti che lavorano a favore di una crescente intolleranza della frustrazione e, latu sensu, del segnale di STOP.

Non siamo mai soli e… sostanzialmente lo siamo – e nel senso più profondo – sempre.

Figli di questa cultura “tutta cognitiva e tecnologica” sono i nostri bambini, intelligenti e cognitivamente precoci, ma estremamente fragili ed immaturi dal punto di vista maturativo complessivo e dell’alfabetizzazione emozionale e socio-affettiva.

Poniamoci qualche domanda critica attorno a ciò che è una risorsa ma anche, evidentemente, una tagliola. La prima e più efficace forma di cura è, e resta, la prevenzione.

a cura dott.ssa Sabrina Anastasi
psicologa clinica e psicodiagnosta