Qualche anno fa un’amica, insegnante della scuola primaria, mi raccontò di aver passato una mattinata in cortile con i suoi allievi. Arrivati a casa i bambini raccontarono di aver giocato per tutto il tempo.
Molti genitori contattarono l’insegnante allarmati ed irritati per tutte le ore “perse”: si trattava di scuola e i bambini avrebbero dovuto usare quel tempo per apprendere. Ma se i genitori avessero chiesto semplicemente “a cosa avete giocato?”, avrebbero scoperto che i loro figli, armati di metro, carta e penna, avevano passato la giornata misurando il cortile, segnandosi la lunghezza dei lati e delle diagonali, calcolando perimetri e aree di tante figure geometriche.
Secondo voi quali bambini ricorderanno meglio la lezione di geometria: quelli che l’hanno appresa seduti ai banchi o quelli che l’hanno sperimentata nello spazio?
Spesso, nella nostra testa, distinguiamo tra “dovere” e “ piacere”, tra “gioco” e “ apprendimento”. La scuola stessa ci spinge a fare questa distinzione: fino ai cinque anni si va a scuola per stare con gli altri bambini e per giocare, dai sei anni si sta seduti nei banchi, si studia e si fanno i compiti. Eppure tutti noi abbiamo fatto l’esperienza di quanto risulti più facile apprendere, ricordare e interagire con gli altri, se tutto ciò avviene attraverso il divertimento. Ma, a questo punto, qualche genitore penserà “non è che si possa giocare sempre…. la vita non è tutta un gioco”; altri, invece, penseranno “sono un pessimo genitore perché gioco troppo poco con i miei figli”.
Qual è allora il giusto equilibrio tra tempo di gioco e tempo di non-gioco? Ed è più giusto giocare con loro, organizzare dei giochi per loro o lasciarli giocare tra loro? Se ci pensiamo giocare con i figli è un’”invenzione” recente. Fino a una cinquantina di anni fa il gioco era qualcosa che apparteneva ai bambini e rappresentava la possibilità di sperimentarsi senza la diretta e continua supervisione di un adulto.
Oggi, per contro, si insiste molto sulla necessità di giocare con i propri figli, come mezzo per garantire loro una crescita serena ed equilibrata. E così nella foga di essere bravi genitori si rischia di incastrare momenti di gioco quando si è distratti e stanchi rischiando di comunicare più un senso di fatica che di allegria.
Esiste una condizione necessaria affinché un gioco sia efficace, divertente, coinvolgente e davvero fonte di apprendimento: deve essere sentito e partecipato da tutti i giocatori. Allora, come genitori, perché non provare a spostare la nostra attenzione più che su un gioco da dover fare con i figli, sulla possibilità di aggiungere “giocosità” nella nostra relazione con loro? Perché non imparare a ridere con i nostri bambini, inventare modi divertenti per affrontare le difficoltà e le incombenze della vita quotidiana, magari trasformando in gioco alcune delle tante richieste che facciamo ai nostri figli?
Forse da grandi, parlando di noi, diranno: “ricordo un volto sorridente, gli occhi divertiti e tante risate fatte insieme”.
a cura dott.ssa Paola Rubatta
psichiatra e psicoterapeuta sistemico relazionale