«Scuola e famiglie devono far squadra per fornire ai ragazzi un kit di sopravvivenza al digitale»
Nel precedente numero della rivista Etica Genitori, il medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva, Alberto Pellai, aveva spronato i genitori ad assumere il ruolo dei giardinieri, figure capaci di annaffiare con cura quei fiori che sono i ragazzi nella difficile fase della crescita. «Il giardiniere tratta il proprio bambino come un seme, avendo cura del terreno in cui cresce affinché abbia la piena libertà di diventare quello che è, senza influenza alcuna», ci aveva detto.
Pellai, che insieme al pedagogista Daniele Novara, ha lanciato una petizione al Governo Italiano per impegnarsi affinché nessun under 14 usi uno smartphone e che nessun under 16 navighi sui social; è in libreria con Allenare alla vita (Mondadori), un testo che vuole fornire alle famiglie gli strumenti per affrontare tutte le sfide educative, tra cui quella di vivere continuamente connessi con il mondo digitale.

Cosa può fare la scuola per imprimere la giusta educazione al digitale?
«Abbiamo scoperto i vantaggi del digitale durante la pandemia, quando è stata uno straordinario strumento per rimanere connessi e collegati fra insegnanti e gruppo classe. Un uso troppo prolungato, lo abbiamo detto più volte, rischia però di diventare una dipendenza pesante. La scuola, dove già l'uso della tecnologia sta diventando un indispensabile strumento di insegnamento e apprendimento integrato, deve puntare sull'educazione digitale, fornendo competenze al gruppo classe in modo che appena qualcuno supera i limiti è lo stesso gruppo classe ad intervenire».
Per i figli il virtuale può diventare un rifugio. Quando un genitore deve iniziare a preoccuparsi?
«Il rischio è che la mente venga risucchiata dentro a uno schermo e che adatti le proprie risorse interne al messaggio mediato. I ragazzi già in giovanissima età vivono un contesto di iperstimolazione, che può trasformarsi in una ipereccitazione che porti a confondere i messaggi virtuali con la realtà vera. Si può passare dall'isolamento all'emulazione della violenza. A questo disorientamento devono saper metter mano gli educatori di riferimento».
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In che modo?
«Il genitore deve cercare di capire se c'è un disagio dietro quel affidarsi ad uno schermo. Un'abitudine sempre più diffusa, a cui bisogna saper dare un significato e, soprattutto, un limite. Le famiglie hanno il dovere di essere informate sui possibili mondi con cui i loro figli possono interagire. Anche gli adulti hanno grosse dipendenze da device e, dunque, avendo un gap generazionale ridotto rispetto alle abitudini dei propri figli, hanno le competenze per non lasciarli soli in territori di cui non hanno consapevolezza. È necessario che mamma e papà si allenino e stiano al fianco dei propri figli, trasmettendo conoscenze e costruendo insieme a loro le regole da rispettare e i confini da cui non uscire. Sta al genitore, che è un adulto, guidare il ragazzo o la ragazza nell'apprendimento del limite, che in mezzo a troppe sollecitazioni non è automatico». Puoi approfondire leggendo: Puntiamo sulle passioni, non alle performance
Educazione digitale anche in famiglia, insomma?
«La scuola e la famiglia sono le prime due agenzie educative e devono collaborare. Serve un lavoro di squadra per fornire ai ragazzi un'educazione digitale che li doti di un kit di sopravvivenza per non diventare dipendenti. Il primo insegnamento da dare è far capire loro che poter essere potenzialmente onnipotenti non significa necessariamente dover provare tutto quanto il mondo circostante propone».
A questo proposito, puoi approfondire leggendo: Aiutiamo i ragazzi a gestire il virtuale in 2 sole mosse!
Come rendere umane la transizione digitale e l'AI e preparare i ragazzi al futuro?
«Stando al loro fianco, senza rischiare però di assumere solo il ruolo di dispensatori di divieti e punizioni. L'importante è confrontarsi su quanto accade dentro e fuori lo schermo e intercettare insieme i possibili rischi di dipendenza, non solo dai sottili messaggi di marketing che si nascondono dietro un semplice reel pubblicato da un influencer su Instagram e Tik Tok ma anche dai messaggi veicolati dai propri coetanei e apparentemente da imitare perché alla moda».
Se vuoi proseguire, può esserti utile leggere: I “teen” ci chiedono una presenza adulta!

ALESSANDRA TESTA
giornalista, direttrice responsabile Rivista Etica "Genitori"
CONTATTI e-mail: redazione@bambiniegenitori.it
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