Cosa precede e cosa segue alla diagnosi di autismo?

In un precedente articolo sull’autismo, la Dott.ssa Pinci ha fornito le linee generali d’intervento per la costruzione di un progetto terapeutico che guardi al bimbo e alla famiglia.

PRIMA… “qualcosa non va” anche se ancora non lo capisco, lo sento dalle differenze che leggo tra il mio bambino e gli altri, che confermano alcuni timori nati dalle difficoltà di interazione in casa; “non mi guarda quasi mai… mi sembra distante”. Molti sono gli interrogativi che in questa fase angosciano i genitori, che di solito, prima ancora di interpellare un Neuropsichiatra infantile, ricercano informazioni su internet. Non sempre questa ricerca facilita l’individuazione di soluzioni efficaci, proprio in una fase dove la precocità dell’intervento è fondamentale.

Il nido e la scuola dell’infanzia rappresentano spesso lo scenario ove prendono corpo le difficoltà di relazione del bimbo e da cui prende il via l’iter diagnostico in ambito Neuropsichiatrico.

Ricordando l’articolo sopra citato:

L’intervento deve essere intensivo e curricolare

Le esperienze quotidiane possono assumere una valenza terapeutica

La rete di interventi coinvolge ogni ambito della vita del bambino

DOPO… In questo quadro la psicomotricità costituisce un importante strumento per lavorare sugli aspetti relazionali attraverso:

Giochi di attivazione sociale: sotto forma di giochi faccia a faccia nei quali sono implicati processi di regolazione, di attenzione e di scambi comunicativi;

Giochi di esplorazione e uso sociale dell’oggetto: il gioco si organizza partendo dall’individuazione degli oggetti che attirano l’attenzione del bambino, in modo che possano costituire un ponte relazionale con l’adulto verso la condivisione dell’oggetto in un gioco condiviso;

Gioco senso-motorio a valenza rappresentativa: molto spesso questi bambini hanno un’attività motoria frammentata, caotica e il cui senso ci sfugge; lo psicomotricista, ponendosi a fianco del bambino, non cerca di “insegnargli” qualcosa ma, partendo dalla valorizzazione dalle sue azioni spontanee, apre alla possibile scoperta di altre declinazioni motorie che possano portarlo a conquistare sempre maggiori abilità di movimento e il piacere ad esse collegato.

Il gioco costituisce dunque lo spazio-tempo nel quale, seguendo le attitudini e gli interessi del bambino, ci si affianca a lui senza invaderlo con l’intento di co-costruire il progetto terapeutico.

La psicomotricità rappresenta un valido strumento solo se inserito in un progetto multidisciplinare che faccia dei bisogni della famiglia e del bambino il perno sul quale strutturarsi.

a cura dott. Claudio Buccheri
psicomotricista, TNPEE, formatore, supervisore e tutor