Ogni nostro atto è comunicazione e prenderne coscienza ci permetterebbe sempre più di entrare in contatto con la necessità di essere adulti consapevoli di sé e, quindi, in grado essere presenti a ciò che il nostro stare di fronte ai bambini comunica loro.
Attenti non solo alle parole che usiamo ma, soprattutto, a quei registri sottili fatti di toni della voce, posture corporee, rigidità muscolari, sguardi e molti altri parametri non verbali che sono la maggior fonte di informazione cui il bambino si abbevera per comprendere la verità di quanto stiamo loro comunicando.
Questo è un esercizio cui il bambino è già avvezzo dal periodo prenatale quando dialogava sia con la madre che con lo spazio circostante tanto col movimento che con la fisiologia, iniziando a costruire parte di quella memoria corporea che alle volte determina i destini di alcuni di noi ben prima che si giunga all’orizzonte della coscienza, costringendoci a replicare copioni familiari ereditati dai nostri genitori e a cui si rimane fedeli sino al momento in cui, divenuti consapevoli di ciò, si decide di rompere il vincolo, divenendo padroni delle proprie scelte.
Il rischio maggiore che si corre nel non sapere a che punto si sia nell’elaborazione della propria storia è il passaggio non filtrato ai bambini di contenuti potenzialmente, se non direttamente danneggianti, quanto meno destabilizzanti.
Di per sé la relazione d’amore che ci lega ai nostri figli non basta da sola a proteggerli da quanto ci ha colpito durante la nostra infanzia.
Per tale ragione ricreare un processo comunicativo ci pone di fronte alla necessità di leggere i molti registri attraverso cui prende forma il contenuto che stiamo per porgere a coloro che, contrariamente alle attese, sono interlocutori complessi già nei primi mesi di vita.
Si pensi solo a quante volte, in situazione di disagio relazionale dei genitori, siano proprio i neonati “a prendere l’iniziativa” ammalandosi in modo grave tanto da portare l’attenzione su di loro, distraendoli in tal modo dal loro conflitto, cercando di ricreare le premesse di quell’alleanza genitoriale di cui hanno istintivamente bisogno.
Utilizzo quest’esempio, certamente estremo, per porre alla nostra attenzione che se vogliamo sviluppare una comunicazione in grado di accompagnarli nella crescita, innanzitutto, abbiamo la necessità di riconoscerne la dignità di interlocutore sin da subito, per quanto sia per noi difficile leggere in quei vagiti, in quei movimenti qualcosa di più significativo di un richiamo ai soli bisogni primari legati alla sopravvivenza.
A fronte del quadro sin qui delineato, sembrerebbe improbabile trovare almeno un punto sul quale fondare una qualche comunicazione se prima non si sia compiuto un processo di consapevolizzazione della propria storia. Personalmente, i bambini mi hanno insegnato, attraverso il perdono dalle mie mancanze, che le fondamenta di una comunicazione efficace stanno nell’essere veri di fronte a loro, senza giocare una parte mettendo in campo tanto le proprie debolezze quanto le proprie risorse così da essere interlocutori affidabili prima ancora che credibili.
E credetemi, in una società sempre più votata alla spettacolarizzazione immaginaria del proprio vivere intessuto di bit sociali, una verità pulsante nei corpi può essere veramente un atto di riappropriazione rivoluzionaria del proprio diritto alla vita.
a cura dott. Claudio Buccheri
psicomotricista, TNPEE, formatore, supervisore e tutor