Una mamma mi ha regalato queste domande che rappresenteranno per me il riferimento costante nello scrivere questo articolo:
“Quanto è importante per i bambini il gioco? E quanto s’impara giocando? Cosa significa veramente nel loro immaginario? Come possiamo noi adulti attraverso il gioco interagire con loro? E come i loro giochi ci aiutano a capirli?”
Fiumi d’inchiostro hanno raccontato i molteplici sensi del giocare e del gioco tanto infantile quanto adulto, e sarebbe un gesto inopportuno fare di quest’occasione un infelice “Bignami” su tale argomento. Non resta allora che rivolgerci ai bambini, gli esperti che, nel corso del tempo, mi hanno pazientemente accompagnato nella scoperta del senso dei loro giochi, itinerari lungo i quali ho dovuto mettere da parte i saperi codificati per partecipare con stupore al viaggio.
Essere partner simbolici significa garantire ai bambini che la nostra posizione arà “sufficientemente buona” e che, nella nostra perfettibilità, saremo sempre disponibili a modularci al meglio… in fondo, il gioco è il campo esperienziale nel quale ognuno di noi ha costruito la sua prima mappa del mondo, ove abbiamo misurato le distanze e i ritmi, le relazioni, provando cose difficili che rappresentavano per noi il segno di un momento di crescita. Quante volte nell’ingaggio ludico risuonano frasi quali “Sono il Re!!… Sono la Regina!!”, veri e propri progetti, ponti verso il loro futuro, il momento della loro definitiva affermazione come soggetti capaci, ma che, nel loro presentificarsi all’adulto, non possono essere accolte nel loro senso letterale, “adesso io sono il Re e ti sono superiore”, bensì trasformate nella dichiarazione di un futuro a venire che ora vive del limite della nostra presenza, una presenza di protezione e sostegno.
Se il gioco può insegnare qualcosa a noi grandi è quello di riscoprirlo come spazio di creazione e formazione del soggetto che, fuori dalle mirabolanti imprese con tablet e smartphone a cui i nostri bambini sono tristemente avvezzi, è nel dialogo dei corpi-parola nel loro ingaggio ludico che aiutiamo il bambino a costruire una mappa efficace del mondo.
In fondo, il gioco è lo spazio ove si sviluppa la relazione fondamentale con le regole e i limiti, soli elementi sui quali il bambino sa che potrà fondare la sua costruzione di soggetto. Ogni qualvolta, mi sono trovato a misurarmi con bambini delle più svariate età definiti “iperattivi” e/o “senza regole”, quando non v’erano delle basi fisiologiche, ho incontrato persone che, attraverso modalità certamente estreme, cercavano di formulare domande essenziali alla loro crescita e che, non trovando l’ascolto necessario, esplodevano nell’attacco all’adulto di riferimento, fosse un genitore piuttosto che l’insegnante. “Ti colpisco perché sono solo con le mie paure, i miei bisogni e non vedo altro modo per portare la tua attenzione su di me”, frase la cui realtà assume un peso specifico via via crescente con il diminuire dell’età del bambino e delle loro possibilità di “dirci ciò di cui hanno bisogno”. Lo sguardo, in queste situazioni, dovrebbe cercare di mettere a fuoco lo sfondo nel quale si muove questo
piccolo proiettile, infatti, è lì che potremo ritrovare la verità di quella corsa o di quel colpo dato al compagno che, se nella maggior parte dei casi rappresentano una richiesta di modulazione, “mi aiuti a regolarmi in modo tale che sia poi in grado di farlo da solo?”, in situazioni più estreme, rappresenta l’unica modalità di raccontare disagi e traumi profondi, senza necessariamente descrivere la scena del trauma, cosa tanto più vera quando ci si trovi di fronte ad abusi o maltrattamenti.
Il gioco con leggerezza ci può permettere di riconoscere al bambino traumatizzato il diritto essere arrabbiato, dando una direzione alla rabbia che lo abita e mettendosi al suo fianco assicurandolo del fatto che “faremo di tutto per proteggerlo da ulteriori ferite”. Purtroppo, diverse sono le immagini che abitano queste mie parole e sono giochi, parole, volti che troppo spesso non venivano viste nella loro urgenza ma derubricate a gesti violenti del tutto gratuiti.
Tutto questo non avrebbe nessun senso se non ci si soffermasse su di un’urgenza molto spesso messa in campo dai bambini, il bisogno di riti di passaggio che li aiutino a scandire il loro processo di crescita. In una società di consumo che abbisogna dell’infantilizzazione dei soggetti in quanto “produttori/consumatori” ciò che interessa non è scandire la crescita attraverso la formazione di un pensiero critico quanto piuttosto indurre bisogni, istillare desideri. A fronte di quest’orizzonte, a dispetto di tutto, i bambini, in quella che non posso che definire la loro profonda saggezza, chiedono nel gioco di costruire veri e propri dispositivi di misura delle loro forze di soggetto, riti di passaggio nei quali misurare la loro forza e le loro capacità e nei quali cementificare quell’alleanza di classe d’età essenziale al processo di autonomizzazione dalla famiglia.
a cura dott. Claudio Buccheri
psicomotricista, TNPEE, formatore, supervisore e tutor