Ore 16, davanti a scuola. Vedo mia figlia di 10 anni avvicinarsi: un bacio veloce, uno sguardo sfuggente. «Cosa c’è di merenda?» Domanda innocente? Forse. Ma a volte è il segnale che qualcosa dentro di lei preme per uscire.
E se il malumore fosse solo una richiesta d’aiuto?
Mi ci è voluto tempo per capirlo. Per andare oltre le sue risposte secche e le urla improvvise. Oltre il mio istinto di pensare “Mi manca di rispetto!”. Quella rabbia, ho capito poi, era un grido silenzioso: “Sto vivendo qualcosa di pesante, e non so nemmeno cosa. Allora urlo, rispondo male… così almeno poi posso piangere e liberarmi.” Che sia un’amica che l’ha esclusa, una promessa non mantenuta da un insegnante o una presa in giro in cortile, quello che ai nostri occhi può sembrare “niente” per loro è “tutto”.
Cosa c’entra tutto questo con noi adulti?
Spesso puntiamo il dito su social, schermi, distrazioni. Ma raramente ci chiediamo perché li usiamo. La risposta? Per non sentirci soli. Ma per sentirci davvero insieme, serve il coraggio di mostrarci per come siamo. Raccontare davvero come stiamo. E questa è forse la cosa più difficile di tutte.
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Quando è stata l’ultima volta che hai detto come ti senti, davvero?
Una domenica pomeriggio, amici e figli a pranzo. Si ride, si scherza. Eppure, quante volte in quei momenti diciamo cose come: “Ti voglio bene, sono felice che tu sia nella mia vita” oppure “Ultimamente mi sento giù, faccio fatica a gestire il tempo che passa, i sogni lasciati a metà…” La verità? Spesso evitiamo. O semplifichiamo con un «Tutto bene!», anche quando dentro sentiamo altro. E se invece provassimo a rispondere con autenticità?
Possiamo davvero insegnare l’ascolto ai nostri figli se non lo pratichiamo su noi stessi?
Siamo come un fiume. Scorrono emozioni, pensieri, tensioni. E noi cerchiamo di arginarli, di coprire tutto. Ma prima o poi, se non lasciamo fluire, tutto straripa. Come possiamo aspettarci che i nostri figli imparino a parlare di sé, a gestire emozioni, se noi per primi non lo facciamo?
Prestare attenzione. Sembra poco, è tantissimo. Ascoltare davvero i nostri figli. Accorgerci quando dietro a una frase neutra si nasconde un bisogno profondo. E ancora prima, ascoltare noi stessi: le nostre emozioni, le nostre reazioni, i pensieri automatici.
Non possiamo sempre proteggerli da tutto. Ma possiamo esserci, davvero. Con uno sguardo che dice: “Ti vedo, ti ascolto, sei importante.”
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